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2 luglio 2012

La tratta dei “mi piace” e dei “follower”

Una tendenza in voga, non solo tra le aziende, ma anche tra i singoli utenti che vogliono apparire sempre più ‘seguiti’. Se fino ad alcuni anni fa era “cool” avere un profilo Facebook o un account Twitter, oggi l’imperativo è la “quantità”. “Quanti contatti? Quanti amici? Quante visualizzazioni, quanti commenti, quanti mi piace?”. E mentre la maggioranza degli utenti afferma di disinteressarsi di tale frivolezze, proliferano le aziende che vendono fans, follower, commenti e mi piace.

Basta fare un giro in rete. Su eBay, pacchetti di 1000 visualizzazioni a 12,90€, 100 iscritti a 19,90€ e 5 commenti a ben 5,90€. Un esempio di Fans Marketing è costituito proprio da www.fbfans.it  100 fan di Facebook ogni mese, alla modica cifra di 23 euro, 250 fan a 59 euro e per 500 bisognerà sborsare 110 euro fino ad arrivare a 599 euro per 3000 fan. Per 5000 fan, in 7 giorni, si sfiorano i mille euro.

Dunque massa, numeri.  I fan profilati, per fasce d’età, o attraverso altri filtri, hanno un prezzo maggiorato. Un altro esempio è rappresentato da Magicviral (http://www.magicviral.com ). Uno degli annunci che campeggia sull’Home Page del sito: “Potenzia la tua pagina Twitter con pacchetti da 500 fino a 10,000 Follower 100% Italiani. Acquista inoltre retweet delle tue notizie su Twitter, fondamentali per la diffusione capillare delle tue notizie”. E se non si vuole investire in denaro, lo si può fare in click e tempo, attraverso un sistema a punti. Addmefast (www.addmefast.com ) ne è un esempio, è un servizio di social marketing. Basta registrarsi e accumulare punti, mettendo ‘mi piace’ in altre pagine Facebook, ogni utente accumulerà un tot di punti e sarà a sua volta più seguito. Un meccanismo che può generare un traffico significativo di utenti che vedono aumentare i follower sul proprio profilo Twitter, gli iscritti e le visualizzazioni sul canale youtube, i contatti nelle cerchie di Google+. Per i dettagli, si rimanda al sito www.addmefast.com .

Insomma, la credibilità di un profilo o il successo di un brand sembrerebbe direttamente proporzionale al numero di follower. Del resto, è ciò a cui la televisione degli ultimi anni ha abituato la massa. Basti pensare all’Auditel nella programmazione degli spettacoli televisivi. Il successo e la continuità di un programma sono dipendenti da uno share sufficientemente alto che ne giustifichi la visione. Il programma ‘funziona’ se seduce lo spettatore, se lo conquista fino a – talvolta – ‘manipolarlo’. Uno share basso è il preludio alla cancellazione dal palinsesto. Dalla tv al web, dall’audience al numero di contatti, il passo è breve. La vendita di contatti, secondo molti blogger e webmaster, tuttavia è roba vecchia e ritengono più efficace il “world of mouth”, il passaparola, che non si compra certo a stock. Per essere nel social business, bisogna “essere” social business, dunque pubblicare, commentare, movimentare, esserci insomma.

In rete, il dibattito è aperto: c’è chi inorridisce all’idea della compravendita (“Posso capirlo per un’azienda, ma se una persona comune fa una cosa simile dev’essere davvero triste”) e chi la reputa la nuova frontiera del marketing (“Non vedo nulla di male in questa tipologia di servizi, è semplicemente un ulteriore investimento economico che un’azienda decide di fare per incrementare la propria attività on-line”). Un utente si spinge a un parallelo con la tv: “comprendo che sia una cosa eticamente sbagliata, ma è una cosa che si è sempre fatta. Nei reality in Tv, i genitori dei concorrenti investono soldi per pagare dei call center in modo da non far uscire il proprio figlio dalla casa/isola/fattoria/quellochetipare”. (http://ilgxblog.blogspot.it/2012/03/vendita-di-follower-che-novita.html ). La pratica è seguita anche da personaggi che vantano già un discreto successo di pubblico. Rihanna fu accusata di acquistare follower su Twitter per superare Lady Gaga che stava diventando la regina incontrastata dei social network.

I politici, poi, sono i primi a investire energie sia su Facebook che su Twitter. Resta il dubbio se anche loro acquistino consensi a pagamento o se sia frutto degli elettori, amici, parenti, simpatizzanti. Stando ai numeri, il podio è stato occupato per mesi da Nichi Vendola, tra i politici più seguiti d’Europa, con oltre 500mila ‘mi piace’ e 188mila follower. A seguire, su Facebook, l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Molto attivi anche Matteo Renzi, Luigi De Magistris e Antonio Di Pietro. L’ex-sindaco di Milano, Letizia Moratti, fu scoperta durante la campagna elettorale ad acquistare fan su Facebook e follower su Twitter. C’è poi il punto di vista di chi lavora con la creazione e la fidelizzazione dei contatti: “chi conosce un minimo le problematiche dei webmaster sa perfettamente che il problema più grande è la targettizzazione, ovvero arrivare dritti all’utente finale, oggetto della mission dei nostri contenuti”.

Un addetto ai lavori spiega nel dettaglio il servizio: “Il nostro sistema di ‘consegna’ dei fan su Facebook è molto rapido poiché disponiamo di un partener di collaboratori (tutti utenti reali), iscritti al nostro circuito e che vengono pagati per ogni click sui link che gli vengono consigliati. In questo modo, quando facciamo girare l’informativa interna che indica una richiesta da parte di un cliente (per esempio 100.000 fan) riconosciamo il pagamento solo per i primi 100.000 nostri collaboratori che cliccano ‘mi piace’. E’ con questo sistema che garantiamo rapidità nella consegna dei nostri servizi”. Semplice e veloce, dunque. Basta pagare e si vedrà lievitare il numero di fan.

I clienti, pronti a sborsare somme non indifferenti, pare siano agenzie pubblicitarie che realizzano video per conto terzi acquistando visualizzazioni, commenti e ranking. Ci sono poi musicisti e videomaker privati che, prima di presentare il proprio prodotto a etichette discografiche, incentivano il loro video con visualizzazioni e ranking di gradimento positivi. Non sono esclusi nemmeno i grossi marchi che, certi di raggiungere in breve tempo un numero elevato di fan della propria pagina, prima di promuoverla ufficialmente, ne aumentano artificialmente gli iscritti.

L’idea generale – ed inquietantemente dominante – è dunque che un account con molti follower sia popolare e garante di qualità, quindi degno di attenzione. Ciò può indurre tanti, e non solo aziende, agenzie e volti noti, a comprare pacchetti di follower senza che si seguano, a loro volta, altri utenti e si crei quella comunicazione che dovrebbe essere alla base dell’essere ‘social’. Da lì, il passo successivo è la classificazione, l’applicazione dunque di filtri, a seconda del target a cui si vuole puntare, secondo età, tipologia di lavoro, provenienza geografica, livello di istruzione, interessi. Il tutto viene percepito dalla maggioranza, secondo una logica di marketing e promozione professionale.

Ma la faccenda dei follower è solo una piccola manifestazione di un “crimine invisibile” che investe la rete e dunque anche i social network. Basti pensare al piano diabolico di Adolf Hitler, ancora oggetto di indagini e di discussioni da parte degli storici. Il piano fu realizzato grazie all’alleanza tra il Terzo Reich e la società di elettronica IBM, che offrì una preziosa cooperazione attraverso le sue filiali tedesche. “La IBM – scrive Michele Altamura, fondatore della Etleboro ONG e analista per i Balcani – contribuì, con le sue tecnologie, all’individuazione e alla catalogazione della popolazione ebrea in Europa, negli anni compresi tra il 1933 e il 1940. Naturalmente, in quegli anni, non esistevano gli elaboratori (gli attuali computer), ma esisteva la tecnologia “punch card” dell’Hollerith Systems di IBM, un sistema cibernetico che attribuiva un numero di serie ad ogni individuo mediante dei codici: le macchine IBM, affittate a costi elevatissimi, crearono miliardi di matrici (schede perforate). Grazie ad esse, Hitler riuscì ad ‘automatizzare’ la ricerca del popolo ebreo, analizzando registri anagrafici, censimenti e banche dati di tutti i Paesi europei, con una velocità e precisione a dir poco impressionante, che gli storici ancora oggi non riescono a spiegare. Ciò che fu sperimentato dal regime nazista di Hitler – continua Michele Altamura – viene oggi attuato dal Governo degli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla Russia che, utilizzando la guerra al terrorismo, impiega la biometria per individuare, classificare e monitorare la popolazione e le sue risorse (http://etleboro.it/read.php?id=17000). Senza insinuarsi ulteriormente in meccanismi complessi da decifrare fino in fondo e tornando alla questione della compravendita dei ‘mi piace’ e dei  follower, da cui si è partiti, il dubbio che resta è uno.

Se comprare contatti e consensi non è reato, se non lo è accumulare punti in cambio di visibilità, se è legittimo perseguire l’obiettivo di avere sempre e comunque più contatti e crescere esponenzialmente nella rete, nel momento in cui il numero massiccio di fan, amici (veri/comprati) non corrispondesse alla reale fruizione dei contenuti per i quali gli account sono presenti, se non commentassero e apprezzassero davvero i post e i prodotti per cui l’acquirente ha investito certe somme, sarebbe altrettanto edificante vantare 5000 amici su Facebook o esibire migliaia di commenti sui canali youtube? La risposta potrebbe sfociare nella vecchia questione – di pirandelliana memoria e sempre attualissima – della cultura dell’essere o dell’apparire. Resta il fatto che chi non ricorre all’acquisto di consensi ma li accumula spontaneamente, scrivendo tweet interessanti, unici, “socializzando” il più possibile, interagendo con il proprio audience, mettendosi in discussione, creando dibattiti produttivi, potrà contare su persone realmente interessate, con cui interagire e grazie alle quali migliorare il proprio brand o la propria professionalità. Chi avrà acquistato stock di account, non distinguerà più i contatti veri da quelli fittizi.

Stabilire la veridicità, pare, non sia un cruccio per certi acquirenti. Se, come scriveva Leonardo Da Vinci, “Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far credere al mondo di esser già famoso”,  gli aspiranti tali hanno già la tavola imbandita, basta solo pagare il conto e servirsi. A tutti gli altri, non resta che decidere se mangiare alla stessa tavola.

di Elisa Giacalone

http://www.massacritica.eu/la-tratta-dei-mi-piace-e-dei-follower/1454/


29 novembre 2011

ICT. Intervista a Fiorello Cortiana, promotore di Wikitalia, una «mobilitazione dell’intelligenza collettiva»

http://www.youtube.com/watch?v=lc7XR_sYvOc

Siamo con Fiorello Cortiana, impegnato da anni nella società della conoscenza e nel settore ICT (Information and Communication Technology) e promotore di Wikitalia, una sorta di «mobilitazione dell’intelligenza collettiva».
 

Quando e come nasce il progetto? Soprattutto, cosa si propone?

Wikitalia nasce dalla constatazione dell’ignoranza digitale che pervade la classe dirigente parlamentare governativa. Tutta l’economia della conoscenza – che oggi attraversa sia settori maturi dell’industria ma anche i settori nuovi dei servizi della conoscenza – ha bisogno di una politica pubblica adeguata per vivere appieno le opportunità della globalizzazione per non declinarla come minaccia da ridurre ma come opportunità da cogliere.
Ricordiamo un paio di passaggi dello statuto di Wikitalia (www.wikitalia.it). Interessare l’agenda pubblica con una serie di proposte concrete relative all’Innovazione. Quella che è già stata messa in atto è quella sull’Open Data, quindi sull’accesso ai dati delle amministrazioni e il governo con il ministro Brunetta ha già fatto un’uscita in questo senso. Io non so quanto si tradurrà nella pratica ma mi sembra già significativo per ciò che si è prefissa Wikitalia. Decine di amministrazioni locali hanno aderito al progetto di Open Data e speriamo poi anche di Open Government, quindi di partecipazione pubblica informata in processi deliberativi.

C’è chi propone in rete elezioni via web, in quanto più facili e veloci. Quanto è realizzabile in tempi brevi una proposta del genere?

La tecnologia per farle c’è. Io avevo fermato la sperimentazione che si voleva fare nel 2006 perché era fatta senza sicurezza e senza accesso al codice sorgente e quindi potevano esserci delle porte posteriori che potevano dar luogo a manipolazioni. Utilizzando programmi a codice sorgente aperto e una serie di garanzie per la gestione è possibile non correre questo rischio. Io ero andato all’ambasciata americana per documentarmi sul caso di cui era stato vittima Al Gore che sarebbe stato presidente degli Stati Uniti, invece di Bush, e ne avrebbe guadagnato tutto il mondo.
 

Tu hai parlato spesso della rete come uno «spazio virale» piuttosto che come spazio virtuale.

Io non credo che la rete sia un elemento compensativo delle frustrazioni sessuali o compulsivo dello scaricare pirateria o contraffazioni. Credo piuttosto che la natura interattiva della rete la configuri come un’impresa cognitiva collettiva. La rete, in quanto tale e in quanto ‘disintermediata’, consente l’accesso potenziale ad ogni informazione ad ognuno di noi e si configura quindi come un’estensione dello spazio pubblico collettivo, il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto fino ad ora. In questo senso, credo che la rete abbia caratteristiche di «viralità». Una viralità dentro una dimensione pubblica che non sostituisce virtualmente la vita concreta ma crea una dimensione propedeutica alla relazione.

Quali sono le nuove figure lavorative di cui la Rete avrà sempre più bisogno?

La figura centrale, già oggi, è quella del facilitatore.

Qual è il suo compito?

E’ colui che connette, cioè colui che mette in relazione diversi tipi di esperienze e di conoscenze che hanno una coerenza tra loro e non sanno di esistere né come connettersi sulla piattaforma.
 

Un esempio?

Ne faccio due. Il primo riguarda i docenti. Un docente oggi non può far finta che a casa e negli intervalli non esista l’uso degli smartphone e tutto l’aspetto digitale. Non può far finta che non esista Wikipedia per preparare una lezione o un’interrogazione. La cosa più intelligente che potrebbe fare è facilitare la relazione tra un potenziale cognitivo così ampio da creare una paralisi contemplativa e la capacità del discente di costruire un percorso logico. Come quando entravamo in una grande biblioteca e dovevamo costruire in mezzo a ottomila libri una bibliografia utile per la tesi di laurea per esempio. Devo avere degli strumenti per costruire la bibliografia. Oggi questo vuol dire imparare a navigare, con tutte le potenzialità che ci sono. Il secondo esempio riguarda la Fiat 500. La Fiat decise per gli allestimenti interni di usare una relazione con suggerimenti, domande, necessità, attraverso la Rete. Dunque non ha solo fidelizzato una serie di persone ma, dal punto di vista industriale, ha fatto un allestimento che rispondeva già a delle necessità. Non lo doveva fare con gruppi campione, interviste o altro. Il facilitatore dunque è chi costruisce questa piattaforma di relazione e che mette in moto tutti i suggerimenti e i bisogni posti dal cittadino potenziale consumatore con tutti i tecnici delle singole filiere di produzione Fiat (costi, tempi, modalità, fattibilità). Il successo della nuova Fiat 500 lo ricordiamo ancora adesso.

Grazie per essere stato con noi di DailyBlog.it. Buon lavoro e buona conoscenza, affinché sia perenne.

Grazie e buon hackeraggio a tutti.


29 novembre 2011

Twitter cresce, FriendFeed perde quota. Intervista a Frieda Brioschi, Presidente di Wikimedia

Com’è nata Wikimedia Italia e cosa si propone?

Wikimedia Italia è un’associazione culturale non profit che è nata in Italia nel 2005 grazie a una serie di utenti molto attivi in Wikipedia e negli altri progetti gestiti da Wikimedia Foundation. Sentivamo la necessità di fare qualcosa sul suolo italiano per sostenere questi progetti in cui credevamo molto. Abbiamo pensato che l’associazione ci desse un titolo più spendibile in Italia per promuovere questi progetti e magari crearne degli altri in collaborazione con altri enti. Come persona fisica a volte non ti danno molto retta, se ti presenti come associazione hai qualche possibilità in più.

Qual è l’obiettivo più significativo raggiunto da Wikimedia Italia in questi anni?

In Italia, portare Wikipedia nelle scuole. Da quest’anno ci sono due progetti attivi, uno dedicato alle scuole lombarde e un altro, appena lanciato, in collaborazione con la regione Emilia Romagna e con la Direzione regionale del Ministero della Pubblica istruzione che ci permetterà di andare in tantissime scuole a raccontare ai ragazzi come funziona Wikipedia. E attraverso Wikipedia, insegnar loro come bisogna usare il web.

Tu vivi per lavoro e per passione “in simbiosi” con il mondo dei social network. Quale in questo momento, tra quelli che conosciamo, ti sembra più in difficoltà, quello che vedi sempre meno al passo coi tempi?

Io uso Twitter, sono su Facebook, ho un account su FriendFeed, sono su Linkedin. I posti dove essere on line non mi mancano. Forse, quello che vedo più moribondo tra tutti è FriendFeed e mi dispiace moltissimo perché è un “twitter con un po’ più di 140 caratteri” che facilita molto le discussioni ma che purtroppo è stato acquisito da Facebook anni fa e sta lentamente decadendo.

Quali sono i limiti di Twitter?

In alcuni casi, la necessità di estrema sintesi.

Sì, i 140 caratteri.

Esatto, se vuoi esprimere un concetto in più di 140 caratteri non hai modo di linkare fra di loro due twitter a meno che non ri-citare il precedente. Twitter prevede che tu segua in modo molto puntuale la discussione. Se ti passa una pillola sotto gli occhi e fruisci solo di quella ti perdi metà del contenuto che si vuole raccontare. Dall’altra parte la ricerca dei contenuti. Per quanto ci siano gli hashtag e per quanto twitter mi faccia vedere quali sono gli argomenti più caldi della giornata, ci si può lavorare e costruire qualcosa di più.

Quali sono le applicazioni online, i device che vorresti consigliare a chi fa informazione sul web?

Io vivo con uno smartphone in tasca che è fantastico per tutto ciò che non riguarda il telefono in sé (visto che non prende moltissimo). Credo che sia importante avere uno strumento che mi permetta di essere connesso alla rete. Vedo tantissimi giornalisti che prendono appunti su carta, mi chiedo quante delle informazioni che hanno appuntato finiranno on line.

Quali sono, secondo te, le nuove figure lavorative di cui avrà sempre più bisogno la Rete?

Credo che avrà bisogno di persone “flessibili”, non ti posso dire che avrà bisogno di più sviluppatori o di più grafici. Non ho una visione così completa del mercato che si affaccia sul mondo della rete. So che dovranno essere delle persone flessibili perché si dovranno adattare a un mondo che è in continuo mutamento e dovranno necessariamente essere curiose per star dietro a tutte le innovazioni che arrivano.

Informazione. Quanto si può parlare di “abbuffate virtuali” e di “sobrietà dell’informazione”. In altre parole, siamo saturi di “informazioni” o siamo saturi di qualcos’altro che non è informazione?

Sicuramente ci sono tantissime informazioni in rete. Credo tuttavia che la rete sia ancora “sobria” di informazioni di alta qualità. Quelle presenti sono poche, localizzate, stanno crescendo lentamente e si può lavorare ancora molto.

http://www.youtube.com/watch?v=RmJCACc5z6g


14 novembre 2011

Il caso Antonio Trapani. Il prezzo di uno Stato negligente

Conosciuto dalla rete come “Il Principe dei Poveri”, Antonio Trapani, 50 anni, ex operatore informatico, paga il prezzo di uno Stato negligente,  che non ha tutelato sua madre e che non sta tutelando lui. Eppure è allo Stato che si rivolge ancora, è alle istituzioni che racconta il suo dramma e a cui chiede aiuto. Antonio Trapani è romano, sette anni fa abbandona il suo lavoro a Belluno per poter assistere la madre, invalida al cento per cento, a cui è stata rifiutata l’assistenza sanitaria domiciliare. Il trasferimento della madre a Belluno è sconsigliato dal medico perché malata di cuore e per il generale quadro clinico della donna. Così comincia l’incubo di Antonio che si ritrova, da un giorno all’altro, a tornare a Roma e ad assistere la madre in ogni istante della giornata, senza più un lavoro e senza la possibilità di cercarne un altro. Febbraio 2004. I due sopravvivono con la pensione di lei, poco più di 900 euro, in un appartamento nel quartiere popolare di Torpignattara, con un affitto di 700 euro. Antonio si rivolge così all’assistenza sociale da cui, fino all’1 dicembre 2009, non riceve alcun sussidio. Dopo cinque anni ottiene finalmente l’assistenza domiciliare. Due ore al giorno. Un aiuto sì quotidiano nella cura e nell’igiene personale dell’anziana ma di fatto insufficiente per consentire al figlio di lavorare. Invia lettere al Comune, al sindaco Gianni Alemanno, a Piero Marrazzo, all’epoca governatore del Lazio. Scrive anche al Presidente del Consiglio e a quello della Repubblica. Qualche risposta di commiserazione arriva ma, oltre alle pacche sulle spalle, nessun aiuto concreto. Il 28 novembre 2010 ottiene dal Comune di Roma, VI Municipio, l’accettazione per l’assistenza.  Quattrocento euro ogni due mesi. Il 31 gennaio 2011 usufruisce del primo e unico contributo. Il 7 Gennaio la madre di Antonio muore e l’uomo si ritrova senza alcuna entrata economica e alla ricerca affannosa di un impiego. Un mese dopo torna in Comune per richiedere un sussidio e nel frattempo continua a mandare curriculum. Oggi Antonio Trapani è disoccupato, troppo giovane per la pensione e considerato troppo in là con gli anni per un’assunzione. Con una causa di sfratto in corso e in attesa di assegnazione di una casa popolare dal 1985. Come recupererà Antonio i suoi sei anni di dedizione alla madre? Chi lo assumerà? Che pensione avrà? Interrogativi che finora non hanno ottenuto risposta. Intanto Antonio continua la sua battaglia e lo fa anche attraverso il suo blog, ilprincipedeipoveri.wordpress.com, il cui sottotitolo è “La voce dell’ingiustizia”. Una voce che merita di essere ascoltata, non solo dai giornalisti.

Elisa Giacalone


20 luglio 2011

Video intervista a Marco Travaglio. "La casta politica si occupa della propria impunità e non degli interessi dei cittadini"

http://www.youtube.com/watch?v=BTBDT4gQp88

Lei si definisce liberale da sempre, o meglio “liberal-montanelliano”. Cosa intende esattamente?

Liberale alla Montanelli vuol dire richiamare la Destra storica, riferirsi a Quintino Sella, a quella destra risorgimentale, laica, con grande senso dello Stato, riformista, non reazionaria, ma sanamente conservatrice.

Montanelli ha definito Berlusconi “il macigno che paralizza la vita politica italiana”. Se Montanelli fosse qui, come lo definirebbe oggi?
Ribadirebbe la stessa frase e direbbe “Visto che avevo ragione? Io ve l’avevo detto quindici anni fa!”

Nel suo libro ‘Ad personam’ ha fatto riferimento al concetto di ‘privatizzazione della democrazia’. In che modo la democrazia è privatizzata?
Da quindici anni si approvano leggi non per il bene dei cittadini ma per l’interesse particolare di una persona: di Berlusconi o dei suoi amici, della cricca, della casta politica che si aumenta i finanziamenti in violazione di un referendum, si aumenta i fondi per i giornali di partito. Insomma, si occupa della propria impunità invece che dell’interesse dei cittadini, si occupa di affari privati anziché dell’interesse pubblico.

L’11 Ottobre 2010 è stato condannato per diffamazione dal Tribunale di Marsala, per aver dato del figlioccio di un boss all’assessore regionale siciliano David Costa, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e successivamente assolto in forma definitiva. A distanza di due mesi quella condanna, secondo lei, l’ha meritata o no?
Non sono stato condannato per diffamazione. Ho perso una causa civile in primo grado perché purtroppo gli avvocati della Rai hanno pensato bene di non difendere né me né Santoro in quella causa, hanno difeso la Rai, non si sono occupati della nostra difesa e non ci hanno neanche avvertiti. Quindi non abbiamo potuto difenderci. Io non ho mai detto che questo signore è figlioccio di un mafioso, io ho detto che era stato arrestato per mafia – cosa assolutamente vera, purtroppo per lui – qualche giorno prima perché secondo i magistrati era il figlioccio di un boss mafioso. Se poi lo hanno assolto due anni dopo io come facevo a saperlo due anni prima? Io quando è stato arrestato ho detto semplicemente che era stato arrestato ed è un fatto. Naturalmente se avessi avuto una difesa in quel processo magari quel processo sarebbe finito diversamente. Non mi hanno difeso in primo grado, adesso nominerò un avvocato a mie spese e spero di vincere l’appello.

Ringraziamo Marco Travaglio per essere stato con noi. Dal quotidiano on line Daily Blog.it è tutto. Grazie.
Grazie a voi.


20 luglio 2011

Video intervista a Gian Antonio Stella: “Non son d’accordo per nulla con questa manovra. Nessuno si salva”

http://www.youtube.com/watch?v=qJ8dsFNwlno

Rush finale per la manovra finanziaria. Finalmente un provvedimento che dovrebbe  frenare gli attacchi speculativi. Sarà così?

Non son d’accordo per nulla con questa manovra. Se devo avere delle tasse più alte preferisco mi venga detto subito però cerchiamo una soluzione seria. Avevo molta stima di Barack Obama e questa stima è cresciuta enormemente negli ultimi giorni perché lui si è preso responsabilità enormi dicendo “non mi interessa guadagnare tempo, ci sono delle cose da fare e vanno fatte, ci sono delle responsabilità da prendere e me le prendo”. Ecco, io vorrei un Presidente del Consiglio, un governo, una opposizione che ragionassero così.

Il Ministro dell’economia, Tremonti, ha messo in guardia dicendo “La politica non può fare errori, siamo come sul Titanic, non si salvano nemmeno i passeggeri di prima classe”. Chi si salva e chi non ha scampo con questa manovra?

Nessuno si salva. Neppure i Benetton. O ognuno fa la sua parte e cerca di salvare più che può – i Benetton salveranno di più e il piccolo imprenditore di meno – oppure non si salverà davvero nessuno. Salvarsi non vuol dire vivere di rendita con quello che si è guadagnato fino adesso. Salvarsi vuol dire salvare l’Italia, salvarci tutti insieme. Io che di certo non amo Berlusconi sono disponibilissimo a fare tutti i sacrifici che mi vengono chiesti, però mi si devono chiedere le cose in modo serio. Serio.

Berlusconi ha dichiarato che tra diciotto mesi si ritirerà. Strategia o cos’altro?

Io ho fatto un film con Roberto Faenza, Silvio forever, e vuole essere, fin dal titolo, ironico. Secondo noi, Silvio resterà venti, trenta, quaranta anni. Se poi don Verzè dovesse trovare la ricetta dell’immortalità, allora resterà presidente per millenni. Al di là delle battute, Berlusconi non ha capito niente di alcune cose di questo Paese. Esempio: nel 2011, mentre Barack Obama per capire come rilanciare l’economia convoca i ragazzini di Twitter e Facebook, non si può in un paese come l’Italia proporre il piano casa perché è una ricetta vecchia, stravecchia, roba degli anni sessanta, anche cinquanta. Roba vecchia ed è vecchio lui.

Quando Berlusconi diventò Presidente del Consiglio, l’Italia aveva il triplo PIL dell’India e più del doppio del Pil della Cina. Oggi siamo stati sorpassati dal Brasile e l’India che doveva superarci nel 2014 è già davanti a noi. Cosa avrebbe dovuto fare Berlusconi da esperto imprenditore quale si definisce e da Presidente del Consiglio in carica?

Ecco, questo credo gli verrà rimproverato nei decenni prossimi. La storia delle ragazzine è sì grave, gravissima (se un vecchio di settanta, settantacinque avesse messo le mani addosso a mia figlia, ad esempio, di sedici anni, io gli avrei corso dietro col mattarello). Però, alla lunga, ciò che gli sarà rimproverato sarà proprio questo. La responsabilità non è sua. Io credo che alla fine lui sarà considerato un danno per questo Paese per non aver capito come stesse cambiando il mondo. Anche altri paesi sono stati superati, anche altri paesi hanno visto crescere impetuosamente la Cina così come l’India ma almeno gli altri hanno provato ad intercettare questa crescita. Brown, Blair, Merkel, Sarkozy sono andati avanti e indietro da questi paesi cercando di aprire canali, dialoghi, prospettive, fare lobby. Lui è andato una volta in Brasile, si è fermato ventisette ore e ha trovato il tempo per una serata con le ballerine. Questo non gli può essere perdonato. La visita in Cina è stata annullata all’ultimo momento con un comunicato che parlava di un lieve malessere. Se uno ha un lieve malessere prende un’aspirina, ma non può annullare una visita di Stato, nel paese emergente del mondo, dove ti aspettano tutti, offendendoli, offendendo le loro autorità,  con un comunicato cervellotico che parla di lieve malessere.

Una volta il premier disse: “Nessuno è davvero intelligente se è ostile a me”. A giudicare dagli ultimi suoi insuccessi, come si sente di ribattere?

Lui era partito puntando moltissimo sui giovani e anche adesso affidare la giustizia ad un giovane come Alfano, la pubblica istruzione a una giovane come la Gelmini, aver indicato a suo tempo  Pivetti come Presidente della Camera a poco più di trent’anni è stato coraggioso. Ha avuto quel  coraggio di puntare sui giovani che altri non hanno avuto, però contemporaneamente si è circondato di yesmen, ha scelto i giovani non per la loro intelligenza scintillante ma anche perché, oltre ad essere più o meno intelligenti, erano obbedienti fino all’ossequio. E questo lo ha portato alla rovina. Se si fosse circondato di qualcuno che ogni tanto gli avesse detto “Presidente, guarda che sbagli” forse avrebbe fatto meno errori.

Grazie per essere stato con noi.

Grazie a lei.


27 giugno 2010

Un duo mozzafiato: Petra Magoni & Ferruccio Spinetti

 

Un duo mozzafiato quello di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti che vanta record di concerti in Italia e all’estero. Voce cristallina e giocosa quella di lei, note acrobatiche quelle dell’ex contrabbassista della Piccola Orchestra Avion Travel, ed è Musica Nuda. Sembra un vero “colpo di fulmine” professionale, quello scoccato tra i due nel 2003, quando si incrociano durante una jam session. Da lì, basta mezza giornata e nasce il loro primo album, “Musica Nuda”. Un’esplosione di originalità, una freschezza musicale che li porta dritti in tournée in Italia e all'estero. La ricetta è essenziale: prendere un brano, denudarlo e rivestirlo col proprio stile, a metà tra pop, jazz e lirica, con un’interpretazione ironica e mai prevedibile. Il tutto condito con forza comunicativa, eleganza e stile, tutti elementi che non mancano in ogni esperimento del duo che ha realizzato un album di musica sacra, un live e un dvd registrato dal vivo a Parigi. L’ultimo album, “Musica nuda 55/21”, uscito per la prestigiosa Blue Note, segna un ulteriore passaggio creativo. Per la prima volta sono inclusi testi originali, scritti da loro e da altri autori come Pacifico, Cristina Donà, Nicola Stilo, Stefano Bollani e David Riondino.

In anteprima assoluta, a Milano, nei giorni scorsi, alla Feltrinelli di piazza Piemonte, il duo ha interpretato alcuni brani di Fabrizio De Andrè, nell’ambito del progetto discografico “Canti Randagi 2”, una raccolta pensata e proposta da “Cose di Musica”. Con il patrocinio della “Fondazione Fabrizio De André – Onlus”, Cose di Musica ha voluto onorare, a dieci anni dalla sua scomparsa, la sperimentazione linguistica del cantautore genovese, attraverso dieci formazioni musicali che hanno riletto un brano dell’artista, adattandolo al rispettivo dialetto regionale e alle proprie sonorità. Il contributo del duo? La Romance de Marinelle, in francese naturalmente, quasi fosse un “dialetto internazionale”. Una provocazione che rende omaggio egregiamente a uno dei capisaldi della canzone d'autore italiana.

 


24 giugno 2010

7752, L'ULTIMO ALBUM DI CHIARA CIVELLO: UN RITORNO ALLE ORIGINI, ALLA LINGUA COSì COME AI SUONI

Un album solare, ricco di luce, a giudicare anche dalla copertina. Interamente  bianca con il volto di Chiara Civello che fa capolino dal basso. 7752, terzo album della cantautrice romana che ormai vive più all’estero che in Italia, è una spensierata alchimia tra rock anni ‘60, melodia italiana, beat e R&B. Ancora una volta, Chiara Civello sfugge ad ogni etichetta. Non solo jazz. Ma musica brasiliana, blues, soul, funky, anche musica d’autore. Essere collocata in un genere è una questione che non la sfiora affatto. Sorride radiosa, sul palco della libreria Feltrinelli, a Milano, raccontando e musicando alcuni brani del suo ultimo cd, 7752. “Un numero – afferma - può dire più di tante parole” e 7752 è un numero chiave nella vita artistica di Chiara: la distanza in chilometri che congiunge in linea d’aria New York e Rio De Janeiro. A New York vive da anni e a Rio ha concepito il suo ultimo lavoro. 7752 nasce, infatti, in Brasile. Presenza cardine dell’album, Ana Carolina, la star del pop brasiliano, con cui ha scritto e interpretato “Resta”, da tempo in cima alle classifiche in Brasile. L’album è impreziosito dal contributo di guest star internazionali: oltre ad Ana Carolina alla chitarra acustica, potrete ascoltare Mark Ribot alla chitarra elettrica (leggendario chitarrista di Tom Waits), Jaques Morelenbaum al violoncello e arrangiamento d'archi, Mauro Refosco alle percussioni e Guilherme Monteiro alla chitarra. La ritmica di Gene Lake e Jonathan Maron è poi esaltante. Di strada ne ha percorsa Chiara Civello, partita a diciotto anni per andare a studiare a Boston, al prestigioso Berklee College of Music. Ora ha trentacinque anni, è stata la prima artista italiana della storia a incidere con la Verve Records, monumento della discografia jazz americana e casa discografica di icone dal jazz come Charlie Parker, Duke Ellington, Billie Holiday ed Ella Fitzgerald. Il  suo album d'esordio, Last Quarter Moon, ha venduto 32.000 copie, un traguardo nel mondo del jazz che l’ha inserita nell’olimpo dei nuovi songwriter della scena musicale internazionale. Eppure, Chiara Civello sembra inconsapevole del successo avuto, le basta la chitarra o il pianoforte, per dar vita ad atmosfere esotiche e colorate e al contempo rimanere intima, quasi suonasse tra amici. E con questo ultimo lavoro, più che mai. Canta, si ascolta, si perde tra i testi e le note alla ricerca della sua voce più genuina, affinché emerga liberamente. E’ come se si stesse spogliando delle sovrastrutture accademiche, degli artifici retorici e facesse affiorare se stessa, delicatamente. I testi, stavolta, sono tutti scritti da lei e quelli in italiano superano quelli in inglese. Un riavvicinamento alle origini, alla lingua così come ai suoni. Una Chiara Civello più intima quindi, che si racconta, strizza l’occhio ai suoi fan ed emerge, autentica. Così come emerge dalla copertina del suo album.

ELISA GIACALONE, MILANO


24 giugno 2010

TORNA FRANCESCO BACCINI CON CI DEVI FARE UN GOAL

 

Un graffiante affresco dell'Italia. Il calcio come metafora della vita precaria, fatta di acrobazie economiche e partite di pallone per dimenticare la crisi. E’ l’inedito di Francesco Baccini, Ci devi fare un goal, brano che sta spopolando nelle radio. Torna così, in grande stile, uno dei cantautori più originali dagli anni Novanta in poi. Il suo nuovo album, “Ci devi fare un Goal - Le mie canzoni più belle, etichetta Sugar, celebra i vent’anni di carriera con una raccolta dei più grandi successi, ri-arrangiati, tutti da scoprire. Diciassette le tracce, da Ho voglia di innamorarmi a Margherita Baldacci,  da  Le donne di Modena a Sotto questo sole. E poi un pezzo, tratto dalla colonna sonora che ha scritto per il nuovo film di Fausto Brizzi, Maschi contro femmine. Eccezionale bonus track, la cover di Vedrai vedrai, di Luigi Tenco. In uscita, per il ventennale, anche un libro biografico “Ti presto un po' di questa vita” (editrice Zona) a cura di Andrea Podestà e Marzio Angiolani,  e un docu-film che sarà presentato al Genova Film Festival. Un anno davvero impegnativo, insomma, per il cantautore genovese. Ne è passato di tempo dal singolo di debutto Mamma, dammi i soldi. Da allora una carriera quanto mai multiforme. In questi ultimi anni, infatti, Baccini ha lavorato per il grande schermo, interpretando il ruolo da protagonista, il partigiano stralunato Luigi, nel film "Zoè" (opera prima del regista Giuseppe Varlotta). Protagonista anche nel cortometraggio "Nerofuori" (di Davide Bini e Emanuela Mascherini). Una carriera a tratti travagliata ma pur sempre attenta e impegnata. Non dimentichiamo gli esordi, Baccini inizia cantando le condizioni dell'immigrato con Vendo tutto, torno a casa, passando a Viola, tra le "belle fotomodelle incartate come caramelle", facendo "Nomi e cognomi", da Renato Curcio o Giulio Andreotti (quando era ancora in carica naturalmente), fino alla mitica Margherita Baldacci, senza dimenticare le donne di Modena e quelle di Genova o Napoli, gli amori e l'eterna voglia di innamorarsi. Un cantautore che, come pochi, ha scattato varie polaroid al Paese e ha colpito nel segno, facendo il più delle volte i più bei goal nella storia della musica.

Elisa Giacalone - Milano


24 giugno 2010

GIULIO CASALE E LA CANZONE DI NANDA: ATTRAVERSO FERNANDA PIVANO UN'AVVENTURA LUNGA QUASI UN SECOLO

Tornare a Nanda. E’ questo l’obiettivo che Giulio Casale si pone nel portare in giro per l’Italia il suo spettacolo. La canzone di Nanda torna, a gran richiesta, al Teatro Strehler di Milano, dopo il successo travolgente dei mesi scorsi. Lo spettacolo ripercorre le tappe di un’avventura lunga quasi un secolo, attraverso i Diari 1917-1973 (opera pubblicata da Bompiani) e i racconti originali che la Pivano ha fatto a Casale negli anni della loro frequentazione. Immagini inedite e momenti musicali attraversano le tappe più importanti della letteratura americana, da Hemingway ai giorni nostri, soffermandosi sulla beat generation. Non è in alcun modo un omaggio postumo, Fernanda Pivano ha invece discusso con Casale di priorità e direzioni possibili e avrebbe dovuto essere presente in sala. Casale parla di lei al presente. Sempre. “Nanda dice…” è il ritornello che accompagna, infatti, tutto lo spettacolo.  Fernanda Pivano sfugge a ogni definizione,  è traduttrice, scrittrice, saggista, critica musicale e soprattutto ‘pacifista’.  “E’ come se Fernanda Pivano – afferma Giulio Casale – ci avesse ogni volta cantato una canzone. Il titolo? Pacifica rivolta”.  Ed è la lezione di libertà, di pacifica rivolta appunto, è la passione per la letteratura che è vita, non meno della vita stessa, a riempire il palco del Piccolo Teatro e a decretare ancora una volta il successo di Giulio Casale. Ex leader degli Extra, rock band con la quale s’impone al pubblico, nel corso degli anni Novanta, grazie a cinque album (Warner Music) e a centinaia di concerti, Giulio Casale esprime al massimo sul palco le sue doti istrioniche. Teatro canzone e poesia si fondono in perfetta armonia. Casale interpreta, canta, racconta, suona la chitarra.  Si dà alla scena anima e corpo, ricordando l’amica – nonché  una delle più grandi figure della scena culturale italiana - con cui ha condiviso ideali, sogni e speranze allo scopo di ‘ripartire da Lei’.

Elisa Giacalone - Milano

 


24 giugno 2010

LAURA NARDI IN PRIMO AMORE: UN MONOLOGO PIENO DI EROTISMO E SENSUALITà

 

E’ un quadro a tinte fosche quello di Primo amore. Un monologo drammatico pieno di erotismo e sensualità. Ed è una storia d’amore. Che sia poi tra due uomini è solo un dettaglio.

Il testo è di Letizia Russo, una delle più note e apprezzate voci della drammaturgia italiana, che lo ha presentato al festival gay Garofano Verde, una rassegna diventata nel corso degli anni uno dei fiori all'occhiello dell'amministrazione capitolina.

Laura Nardi, poco prima sorridente e aggraziata, in scena diventa un uomo e si veste di quella mascolinità  - a tratti aggressiva - che ci fa entrare di colpo nella mente di quell’uomo che vaga e si guarda intorno, smarrito e meravigliato al tempo stesso. E comincia il viaggio. Un viaggio sentimentale e geografico. Un uomo ritorna nella città della sua giovinezza e  riattraversa quei luoghi che gli rinnovano sentimenti, pensieri e immagini dimenticate.
Si ritrova in un bar e riconosce, nel cameriere che lo serve, il ragazzo che a quindici anni gli fece scoprire l’amore. 
La meraviglia, la gioia e poi la rabbia, l'eccitazione, il desiderio, fino alla follia, prendono forma sul palco del teatro. Laura Nardi ha la capacità di portare per mano la platea attraverso il riaffiorare della memoria.
E cominciano i frammenti. Una stanza in cui due amici si scambiano furtive carezze, prima quasi casuali, poi invece volute, calcolate. Nell’intimità di quattro mura
i due uomini si cercano, si trovano, si tormentano fino quasi alla violenza. Gli incontri sono impetuosi al limite dello scontro fisico. I bottoni della camicia saltano, uno dopo l’altro e solo il giorno dopo verranno riattaccati. L’atmosfera è buia e la scena essenziale, solo una sedia e una Laura Nardi imbruttita. Ma struggente. “E’ un omaggio al cuore libero dell’uomo – così Letizia Russo definisce Primo amore - una pietra lanciata contro qualsiasi ghettizzazione dei sentimenti".

 


24 giugno 2010

CAVEMAN, UNO DEGLI SPETTACOLI PIù VISTI AL MONDO: AL CENTRO LE ATAVICHE DIFFERENZE FRA UOMO E DONNA

Da Homo Erectus a Homo Sapiens ad Homo Stronzius. E’ la naturale evoluzione storica del maschio contemporaneo. Ce la racconta, con la sua effervescente verve e una strizzatina d’occhio tanto alle donzelle quanto ai gentleman, Maurizio Colombi, attraverso Caveman, lo spettacolo più longevo nella storia di Broadway. Torna così, dopo il sold out dei precedenti appuntamenti, al teatro Derby di Milano, con la regia di Teo Teocoli, il monologo dell’uomo delle caverne, vincendo un’altra sfida, la finale di Champions League. Presenti in teatro infatti non pochi uomini che hanno preferito una serata spiritosa al binomio partita/divano. Uomini divertiti che hanno riso delle proprie pecche e di quelle delle proprie donne. Una sequenza esilarante di dinamiche di coppia, esempi quotidiani di fraintendimenti, equivoci e incomprensioni. Situazioni così comuni da sembrare banali. Eppure ci si riconosce nella tragi-comica attualità dei rapporti tra lui e lei.

Caveman è uno sguardo preistorico, in chiave ironica, sul conflitto tra i due sessi. Le ataviche differenze tra uomo e donna si colgono fin dalle origini con la divisione dei compiti: gli uomini erano cacciatori, le donne raccoglitrici. La donna primitiva, aggirandosi nei boschi in cerca di radici e bacche mangerecce, osserva, svolge più mansioni contemporaneamente, crea collegamenti tra gli eventi che le permettono di prevedere il ciclo delle stagioni, sviluppa il dialogo. L’uomo delle caverne, cacciatore, sviluppa invece il senso pratico, l’azione. Il dialogo è inutile quando si caccia. Per l’uomo delle caverne l’attenzione è concentrata sullo scopo da raggiungere. Un’unica azione. Gli è impossibile ragionare su più fatti simultaneamente. Neanche se volesse, riuscirebbe. Si ride, ci si riconosce, si applaude.

Lo spettacolo originale, scritto da Rob Becker, è stato portato sul palco per la prima volta il 26 marzo 1995 allo Helen Hayes Theater di New York, diventando, dopo 2 anni e 702 performance, il monologo di più lunga durata nella storia di Broadway. Dopo 15 anni è ancora uno degli spettacoli più visti al mondo. Un successo senza tempo, né confini.

Elisa Giacalone - Milano

 


24 giugno 2010

Solo fango, l'ultimo libro di Giancarlo Narciso, meglio conosciuto come Jack Morisco

 

Titolo: Solo fango
Autore: Narciso Giancarlo
Editore: Edizioni Ambiente
Prezzo: € 16.00
Collana: Verdenero. Noir
Data di Pubblicazione: 2010
ISBN: 8896238447
Pagine: 271

Una delle catastrofi più devastanti al mondo. Ma evitabile. Si tratta della strage di Val di Stava. La ripercorre, quasi per caso, Giancarlo Narciso, nel suo ultimo libro, Solo fango. Narciso avrebbe voluto raccontare, in realtà, un Trentino rassicurante, dietro la facciata della felice oasi ecologicamente corretta. Ma scopre, in corso dopera, un pezzo di storia vergognoso. Una storia, quella di Solo fango, che lega, a distanza di venticinque anni, la strage di Val di Stava con un moderno caso di ecomafia.
Narciso si accorge che nella conca di Riva del Garda, dove lui vive, cè una discarica di rifiuti che non solo minaccia di franare sul paese, ma in cui probabilmente arrivano rifiuti tossici, provenienti da altre parti dItalia. Da lì una serie di coincidenze lo conduce a Stava, dove la memoria riporta a galla la catastrofe di venticinque anni fa.
19 luglio 1985, cedimento di un bacino di decantazione, alto 50 metri, riversamento a valle di 300mila metri cubi di sabbia, limi e acqua, che scendono a una velocità di 90 chilometri orari spazzando via, case, alberghi, capannoni. Persino otto ponti. Muoiono 283 persone, quasi tutte quelle presenti in quell'area di 453mila metri quadrati. Una colata di fango dello spessore di 40 centimetri. Solo fango. Titolo del romanzo quanto mai azzeccato.
Da quel momento, la trama nella mente di Narciso è già materia. Passato e presente, realtà e fantasia, si intrecciano in un romanzo che lascia col fiato sospeso fino alla fine. Al centro del romanzo, un investigatore: Butch Moroni. Incaricato di trovare una persona sparita nel nulla, viene presto coinvolto in una catena di omicidi. Attivisti ambientali impegnati a evitare disastri ecologici, presunti colpevoli e colpevoli dichiarati, politici corrotti e protagonisti dal passato poco chiaro. E al centro di tutto, una discarica di rifiuti che potrebbe spazzare via interi paesi. Un Trentino dal volto sinistro quello fotografato da Giancarlo Narciso, dove gli interessi politici mettono a rischio la vita delle persone e dimenticano persino quelle duecentosessantotto che nell85 ci hanno lasciato la pelle.
La narrazione è rapida ed essenziale. Il giallo si sviluppa con una serie di indizi contrastanti che conducono il lettore verso un finale sconvolgente, perché niente è come sembra.
Elisa Giacalone - Milano


31 gennaio 2010

Teatro della Contraddizione: omaggio a Piero Ciampi, l'artista più irriverente della canzone d'autore italiana

Due serate strepitose al Teatro della Contraddizione, all’insegna dell’irriverenza e del vino rosso. La compagnia Mercanti di Storie ha messo in scena Mi sono arreso a un nano, uno spettacolo musicale ispirato alla vita e alla poesia di Piero Ciampi, cantautore e poeta livornese. Sul palco della "contraddizione" Massimiliano Loizzi, autore e interprete del monologo. Ad accompagnarlo, alla fisarmonica e piccole tastiere, Giovanni Melucci, special guest, direttamente dalla Piccola Orchestra Fonomeccanica.

Loizzi incarna un “Piero Ciampi” alticcio,   sfrontato, irriguardoso nei confronti del pubblico, beffardo oltremisura ma dalla genialità e sregolatezza che hanno contraddistinto da sempre Piero Ciampi e la sua carriera. Se l’obiettivo dei Mercanti di Storie era ricordare, nel trentesimo anniversario della sua scomparsa, uno degli artisti più irriverenti, ironici e controcorrente della musica italiana, la missione non può dirsi che compiuta. Piero Ciampi era lì. Era lì per la gente che lo ha seguito da sempre e che lo ha ricordato, era lì per coloro che lo hanno visto e ascoltato per la prima volta.

A rendere omaggio a Ciampi, anche Davide Zilli, Veronica Sbergia e The Red Wine Serenaders, Vincenzo Chinascki, Folco Orselli, ognuno alla propria maniera.

Sebbene sconosciuto al grande pubblico, le canzoni di Ciampi sono state interpretate da Nada,  Nicola di Bari, Gianni Morandi. Gino Paoli gli ha dedicato un intero disco. I Mercanti di Storie fanno una scelta di campo ben precisa. Sono le parole di Ciampi, le sue manie, le sue ossessioni, la fragilità e l’ingegno, la sua poetica che vogliono portare in scena.

Ed ecco le invettive contro il pubblico, le imprecazioni per un paio di scarpe rosse indossate da una ragazza in prima fila che Loizzi/Ciampi reputa “imbarazzanti”, tanto da invitarla a coprirle. Ecco le maledizioni nei confronti di qualcuno del pubblico (e di tutti i suoi avi!), che Loizzi prende di mira, ridicolizzandone i tic, le imperfezioni, i tratti distintivi, invitandoli a farsi vedere e suscitando le risate di tutti, in teatro.

Chiede in prestito delle banconote. Alcuni, disorientati, lo accontentano, ignari che non rivedranno più i loro soldi. Almeno, durante lo spettacolo. Una borsetta di una signorina della Milano-bene viene completamente rovistata e svuotata di una bottiglietta d’acqua, di un libro, delle chiavi di casa, di qualche carta di credito. Il tutto naturalmente con nonchalance. Ogni respiro, ogni oggetto diventano un pretesto per cantare la dannazione, liberare i pensieri, senza regole. Per essere se stessi, senza filtri. All’estremo.

Le derisioni, poi, si placano. Gli sberleffi diventano malinconici,  i versi sono rotti, e la voce si fa sempre più aspra e roca. Il fiasco di vino, un istante sì e l’altro pure, viene portato alla bocca. E cominciano così le note di "Tu no", forse il capolavoro assoluto del cantautore livornese, che rompe le risate e apre un varco.

“Tu no, aspetta, no...
Se non so farti felice,
Anche se continuo a bere
Tu no, amore, no,
Tu mi devi star vicino
Perché ormai io sono fuori.
Tu no, tu no, tu no,
Qualche cosa te l'ho data
Se mi guardi con quegli occhi...
Tu no, tu no, tu no”.

Quando la canzone uscì, per caso venne ascoltata da Charles Aznavour, che lo invitò immediatamente al suo programma televisivo "Senza Rete". Ciampi ci andò, ma non volle cantare;  Paolo Villaggio lo tirò letteralmente per la giacca nella diretta televisiva, e Ciampi lasciò una memorabile interpretazione di quella canzone. Loizzi non è da meno. Canta la delusione e l’abbandono, il prendersi gioco della vita e del destino. E lo fa senza risparmiarsi, alzando gli occhi al cielo e cantando con tutto il fiato in gola. Conquista il pubblico, probabilmente più di quanto avrebbe voluto Piero per se stesso.

Ciampi non doveva e -forse non voleva proprio- piacere a nessuno. Lui cantava, solo se gli andava. E beveva. Quella per il vino era una passione atavica, tanto da intitolarci una canzone. "Com'è bello il vino/rosso rosso rosso/bianco è il mattino/sono dentro a un fosso/E in mezzo all'acqua sporca/godo queste stelle/questa vita è corta/è scritto sulla pelle.

Era fuori da grammatiche televisive e dai tempi teatrali. Lo ha dimostrato la sua ultima apparizione, al premio Tenco.

Dopo che la base registrata era già partita, lui era nel camerino a bere e a contrattare qualcosa con Amilcare Rambaldi. Alla fine, quando si decise a salire sul palco, barcollando, venne fischiato. Rispose con la sua brutalità mista a compostezza: "Taci tu, parla quando te lo dico io perché, scusami, se tu vuoi parlare vieni qua: io rischio, te no". E subito dopo, quasi giustificandosi "Però non te la prendere come un'offesa, ti prego". Seguirono gli applausi. Ad un altro isolato fischio, interruppe la canzone e urlò in livornese: "Dè, ma te perchè 'un tìompri un sassofono?". Cantò la sua canzone, si staccò sorridendo dal microfono e si inchinò. Fu quella la sua ultima esibizione. L'anno dopo venne invitato al Tenco, ma non si presentò. Mandò un telegramma, "Non sono potuto venire. Piero."

Era così Piero Ciampi, disarmante. Ma autentico.

A chiudere la serata, in suo onore, al Teatro della Contraddizione, un ospite speciale, Paolo Rossi. In versione casalinga, più del solito, con i capelli scompigliati, appena tornato da San Siro, per il derby Inter – Milan, aggiorna il pubblico sul risultato e da lì inizia una serie di gag esilaranti. A cominciare dalle dritte che dà al pubblico su “come smettere di bere” fino al racconto del dialogo con un barista cinese, rivelatosi poi milanese, oltre ogni previsione. Dialoga, ride, chiede del vino anche per sé. Si diverte anche lui, è tra amici. Parla tra la “gente vera”, quella che lui ama, lontano dai teatri istituzionali, dal nome altisonante, con le poltrone in velluto. E’ il trionfo del teatro popolare. Come afferma Rossi, “Qualcosa che parla della vita, come fa anche il cinema; e che, come il cinema, quando esci ti resta un po' addosso".

E lo spettacolo di Massimiliano Loizzi, così come le gag di Rossi e le esibizioni di tutti gli altri amici intervenuti, sono rimasti decisamente addosso. Alla maniera di Ciampi, che è stato ricordato come meritava.

Elisa Giacalone - Milano

 

 




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5 luglio 2009

Videointervista a Bruna Magi


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3 luglio 2009

“Santa Libertà”, il nuovo disco di Roberto Santoro

 

 Trasuda leggenda e ribellione. Ricorda, neanche troppo vagamente, il Jim Morrison dei primi tempi, con il volto scolpito e i capelli scompigliati. E’ Roberto Santoro, classe ’72, vincitore del Premio Lunezia “Future Stelle”, per il valore Musical–Letterario dell’album "L'Elisir del passionario". Si tratta di uno dei riconoscimenti più ambiti del Premio Lunezia. Basta dare un’occhiata all’albo d’oro delle future stelle del Premio e salteranno agli occhi nomi come Gatto Panceri, Simone Cristicchi, Povia, Morgan, Tricarico e Lunapop. E’ uscito da pochi giorni il suo nuovo disco Santa Libertà (Target Music) e lo ha presentato in anteprima, all’Exquisite Shu, un animato locale di Milano. Un disco, diretto dalla produzione artistica di Mauro Pagani, Eugene Rutherford e Filippo Bentivoglio, che sintetizza rock e canzoni d'autore, con influenze folk ed etniche e con qualche nota pop. Sono canzoni di speranza, amore e desiderio, come nella tradizione dei grandi cantautori.

Roberto Santoro inizia giovanissimo a suonare la chitarra, affascinato dalle canzoni di Fabrizio De André e Bob Dylan e attratto dai suoni rock che arrivano dal mondo anglosassone (Smiths, Cure, Depeche Mode, Nick Cave). Milanese d’adozione, ha studiato Lettere e Filosofia e si è guadagnato da vivere suonando con diverse cover band, in giro per l’Italia e all’estero. Ha prodotto una rilettura in italiano di “Dancing Barefoot” di Patti Smith. Per anni è stato un’attrattiva costante delle serate musicali dei navigli milanesi ma è stato l’incontro con Angelo Carrara, nel 2006, che ha segnato una tappa importante nella sua carriera. Carrara decide di produrre il disco L’elisir del passionario, ama quel mondo di sonorità mediterranee che sfumano ora in ballate popolari e latine, ora al tango, ora in accenni jazz.
Santoro collabora come autore, con Francesco Baccini, per lui ha scritto alcuni brani dell’album “Dalla parte di Caino” e con lui ha suonato come chitarrista/bassista nel tour del 2008.

Sembrerebbe anche un cantautore maledetto, Roberto Santoro. Lo conferma una citazione di Baudelaire che campeggia sul suo sito ufficiale, “Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi”. Ed ebbrezza ed esaltazione non sono certo mancate al concerto, all’Exquisite Shu.

La serata milanese si è rivelata una “botta d’energia”, una bella fusione di voci e musica che ha coinvolto tutto il locale. Ballate rock dal sapore vagamente ribelle, motivi interessanti che si sono lasciati canticchiare quasi subito. Dalle note malinconiche a quelle esplorative del viaggio, dell’amore e del sesso. Roberto Santoro chiacchiera con il suo pubblico, creando un clima amichevole e abbattendo quella barriera virtuale tra palco e spettatori. Si diverte insieme alla sua band, ride, scherza, canta e ci fa entrare nel suo laboratorio di cantautore. Racconta la nascita di un testo, come Hai preso casa in Mexico, dedicato ad un amico perduto. Ci sono posti lontani dove la vita è più leggera, dove si è veramente liberi. La canzone è l’immagine di un Messico ideale, dove un amico perduto ancora c’è. E magari se la spassa. Comincia la musica e tutto diventa energia, sogno. C’è poi la canzone della crisi, il folk della caduta e della scoperta, Non credo che sia stato Andrea. Ha un tono mitico, biblico e parodistico, alla Dylan. Un momento da accendini da stadio si crea poi con Navigante di te. Il mare come metafora del desiderio. Tra fado e sirtaki, è un canto d’amore inappagato: dopo il mare inizia l’oceano. Un altro momento di autobiografia è con Addio Milano, addio. Un saluto amaro ad una città importante, una tappa fondamentale per la formazione del cantautore di Vibo Valentia. Il testo contiene una citazione senza tempo di “Luci a San Siro” di Vecchioni. La serata si chiude con una ballad on the road, Il mio amico campanaro. Un ultimo slancio di libertà.

Un itinerario ideale ed esistenziale, insomma, quello presentato da Roberto Santoro, che ha conquistato il popolo milanese e che conquisterà il grande pubblico.

Qui di seguito l'intervista realizzata per Vivalaradio! Network
Buona visione!

http://www.vivalaradio.it/index.phpoption=com_content&view=category&layout=blog&id=47&Itemid=84

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24 marzo 2007

Una passione diventata museo

Salvatore Mirabile, classe ´51, meglio conosciuto come Totò, è un collezionista di oggetti antichi. Impiegato comunale nella vita di tutti i giorni, ha destinato una parte considerevole della propria abitazione a un particolare museo. Di cosa?  E´ difficile spiegarlo in poche battute. Ci sono attrezzi agricoli del passato, utilizzati dai contadini per il lavoro dei campi. Ma non solo: si trovano anche letti antichi, bauli per la "dote", culle, scaldaletti, utensili da cucina, macchine da cucire, telai per il ricamo. Salvatore Mirabile, originario di Chiusa Sclafani, una piccola città in provincia di Palermo, è appassionato anche di canti folcloristici della sua terra; ha riservato, infatti, una zona del museo ad una raccolta di canti siciliani noti e inediti, da lui stesso composti. "Nella creazione di questo museo - ci racconta l´infaticabile collezionista - ho cercato di conservare usi e costumi della civiltà contadina, affinché il nostro patrimonio culturale non vada perso per sempre". Una passione, quella di Salvatore Mirabile, nata ad appena diciotto anni e coltivata per tutta la vita. "Da bambino - ci racconta - non capivo il valore di alcuni utensili, ma quando hanno cominciato a subire la distruzione, durante le lotte contadine, mi resi conto che c´era qualcosa che stavamo perdendo irrimediabilmente. Da allora la raccolta e la salvaguardia. "Non avevo ancora vent´anni - continua - e cercavo di recuperare tutto quello che potevo". La produzione artistica è stata divulgata solo a parenti, amici e simpatizzanti, perché non nasce, tiene a precisare il nostro collezionista, con l´intento di farne commercio,ma semplicemente per coltivare una passione. "Ciò che siamo oggi dipende in buona parte dal nostro passato - afferma - e perderne le tracce significherebbe svuotare la nostra identità". Torniamo a curiosare nelle singolari collezioni del nostro amico: una serie di santini, un assortimento di macchine in scala 1/43, una raccolta di francobolli italiana, una di monete, una di giocattoli antichi e un´altra ancora di piccole bottiglie di liquori e vini. La collezione non è del tutto casalinga, così come potrebbe sembrare. E´ previsto, infatti, uno "spazio didattico", come lui lo definisce.  Comprende una zona adibita a studio, dove il visitatore può fare uso anche del computer, per effettuare ricerche su internet oltre ad avvalersi della biblioteca contenente volumi riguardanti le tradizioni, gli usi, i costumi e i canti folcloristici della terra siciliana.




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20 marzo 2007

Melissa P., l'autrice siciliana di "100 colpi di spazzola", si racconta

Da ragazzina di provincia a scrittrice affermata, Melissa P., appena diciannovenne, pubblica il suo secondo libro "L'odore del tuo respiro", riscuotendo un successo pari alla sua prima esperienza letteraria "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire". 
Definita da alcuni come una ragazza estremamente sola che cerca nel sesso, disperato ed estremo, un bisogno viscerale d'amore; da altri come una pseudo lolita, determinata a realizzare i suoi obiettivi, a costo di vendere persino la sua intimità; da altri ancora come una ragazza semplice che, con il suo primo libro, ha toccato le corde della paura, dell'angoscia, della timidezza ma della curiosità morbosa che riguardano tutte le adolescenti del ventunesimo secolo. Giovani che si sono identificati nella giovanissima scrittrice e che ne hanno determinato il successo. Chi è davvero Melissa? Di origine catanese, Melissa è una giovane donna, timida e al contempo estroversa, dalle idee sorprendentemente chiare e di una dolcezza disarmante. "Avevo quattro anni - ci racconta - quando ho cominciato a scrivere. A nove ho scritto il mio primo libro, Il volo degli angeli. Poi l'esperienza di 100 colpi di spazzola ed eccomi qua con il mio secondo libro". Melissa è disinvolta, sorridente, incredibilmente naturale ma non presuntuosa, né arrogante, apparentemente inconsapevole di essere diventata un caso letterario. Alcune settimane fa è uscito in tutte le librerie "L'odore del tuo respiro". Addio esperienze sessuali estreme, rapporti omosessuali e orge. Questo secondo libro, chiediamo a Melissa, sembra dare il benvenuto all'amore. Una svolta? "100 colpi di spazzola - tiene a precisare la giovane scrittrice - è un libro molto romantico, sebbene ne abbiano parlato come di un testo volgare ed irrispettoso. Il sesso è presente - continua - ma non esclude il tema dell'amore che è invece anche qui molto pregnante. Non mi sento di parlare di svolta ma di continuità". Melissa ama leggere i tarocchi e creare pozioni con le erbe. "Il mistero, l'ignoto e l'occulto in genere - ci rivela - mi hanno sempre affascinato". Tra i desideri c'è quello di avere una cascina con tanti animali e tantissimi bambini ma, tiene a precisare, non suoi. "Siamo troppi al mondo - afferma - credo che l'adozione sia un intervento di gran lunga più civile e coscienzioso rispetto al mettere al mondo altri bimbi".




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14 febbraio 2007

Intervista ad Alessandro Salas. E' in uscita il suo secondo libro "Schizoamore - Palpiti, ossessioni e travasi di cuore"

Intanto Buon San Valentino! Appartieni anche tu alla categoria degli innamorati o sei tra i single che festeggiano San Faustino, il 15 Febbraio?

 Io non sono single, sono fidanzato e tendo a non festeggiare San Valentino, trovo sia una ricorrenza un po' "mielosina" però a volte essere romantici non guasta, quindi sì probabilmente festeggerò San Valentino anch'io.

Parliamo del tuo ultimo libro uscito da appena una settimana, dal 7 febbraio precisamente, Schizoamore - Palpiti, ossessioni e travasi di cuore. Intanto una domanda di rito, come mai questo titolo?

Il titolo è dovuto al carattere stesso della raccolta perché sono comunque venti racconti che parlano tutti d'amore però l'amore nelle sue accezioni più malate, l'amore mischiato ad altri sentimenti non così puliti, come le nevrosi, le paure, i bisogni, a volte persino la follia. Da qui appunto il prefisso "schizo".

In ogni racconto è presente il tema della morte, vari sono i riferimenti sessuali e poi c'è l'amore che fa da cardine in tutto il libro. Soffermandoci sul sesso, nel tuo libro parli del sesso che nasconde l'amore, "quella cosa che ti riempie gli occhi di lacrime, ti fa sentire aghi e punte in tutto il corpo, ti rincretinisce e ti fa perdere il senso del pericolo e del ridicolo, ti sbriciola per un attimo e poi si nasconde da qualche parte". Parli dell'amore, e del sesso, come una forza propulsiva che se da una parte ti infonde sicurezza facendoti "perdere il senso del pericolo e del ridicolo" dall'altra si prende anche gioco di te. Ma allora, quanto può essere pericoloso amare?

 Amare è pericolosissimo. Quando ami ti spogli, ti metti a nudo e lì c'è da sperare che non arrivi  qualcuno con un tubo da dodici a dartelo sui denti, cosa che capita nella maggior parte dei casi, però c'è solo da sperarlo perché sei indifeso, sei spogliato, non puoi tenerti corazze addosso se sei innamorato. E quindi sì, amare è pericoloso, bisogna imparare a non aver paura di correre il rischio.

Torniamo adesso al tuo primo libro, "Nella terra di nessuno c'erano tutti", un'opera di difficile collocazione letteraria, non siamo di fronte a un thriller, non è un romanzo rosa, non è un romanzo storico. Forse un'avventura che potremmo definire "picaresca", dai contorni fumettistici. I critici che hanno recensito i tuoi libri non sono riusciti ad inserirti in un contesto letterario. Tu riesci a collocarti in un genere? Che tipo di narrativa è la tua?

Intanto non credo molto alla divisione in generi. Credo alla narrativa tout court. Sinceramente credo abbiano ragione i critici a non potermi collocare da nessuna parte perchè in effetti io ho scritto un racconto, una storia inventata, una specie di favola per adulti che ha il sapore sì del fumetto, a volte ha il sapore dell'horror, però sicuramente non è collocabile in un genere. Io credo che la questione della collocazione in un preciso genere sia un po' una mistificazione dei tempi moderni dove c'è questa necessità, chissà perchè, di catalogare tutto, di mettere tutto in caselline ben definite. In Italia abbiamo avuto eminenti esempi di scrittori non catalogabili. Io credo che più o meno qualsiasi scrittore non sia catalogabile, prendiamo Stephen King, sì è uno scrittore horror ma è molto di più secondo me. Forse è più un'esigenza del critico incasellare qualcosa in modo che lo possa maneggiare meglio ma credo che chi scrive non pensi "adesso scrivo un giallo", "adesso scrivo un libro d'amore"… Io penso che si scriva un libro e basta, e poi ci pensino un po' gli altri a dire dove si colloca.

A che età hai scoperto il piacere della scrittura, o meglio, prima della lettura e poi della scrittura, no?

Mah, sicuramente ho scoperto prima la lettura -io ho cominciato a leggere a dieci, undici anni e non mi sono mai fermato, sono sempre stato un divoratore di libri- e poi la scrittura un po' più tardi. Io credo che si tratti veramente di allenamento, è difficile che un ragazzino di quindici anni prenda la penna e… certo il talento lo devi avere pervio mi rendo conto su di me che ho cominciato a scrivere delle porcherie immonde e dopo una quindicina di anni, a forza di scrivere, la penna si è affinata, si è arricchita di strumenti, al punto che sono riuscito a scrivere qualcosa di compiuto.

Ecco, in quanto autore esordiente, qual è stata la tua esperienza con Avagliano Editore, che ha avuto fiducia in te e che ha pubblicato il tuo primo libro con cui poi sei arrivato alla notorietà.

Il primo libro ha avuto una storia un po' tribolata perché sono trascorsi quattro anni prima che venisse pubblicato. e come spesso capita in questi casi ho ricevuto tantissimi rifiuti e poi ad un certo punto per caso in una settimana ho firmato il contratto con Avagliano . In questi casi si tratta da una parte di un po' di fortuna e dall'altra di contattare chi di dovere, nel senso che le case editrici comunque ricevono migliaia e migliaia di manoscritti. Io conosco tante persone che scrivono molto bene e che non riescono a trovare la via della pubblicazione. Un rifiuto non vuol dire niente, può voler dire semplicemente che il lettore, al ventesimo manoscritto della giornata, non colga la scintilla, l'aspetto interessante che può contenere quel testo, altre volte invece capita che qualcuno semplicemente lo legge e dice "Beh, perché no?", sempre che il testo chiaramente valga qualcosa.

Il tuo libro è stato recensito positivamente da diversi giornali e riviste nazionali, a cominciare dal Corriere della Sera ma anche Il mattino e poi Dipiù. Giornalisti e critici come Cesare Lanza, Sandro Mayer, Giampiero Cinque parlano di te con entusiasmo.

Sì, e questo un po' mi atterrisce, è una cosa che fa paura perché chi esce col primo libro pensa "mah, chissà come andrà" e poi arriva un giornalista e dice "beh questo ragazzo è stato bravo!" e ti carica anche di una responsabilità che non ti aspettavi, e dici a te stesso "E adesso? ne scriverò un altro?

Per chiudere, sebbene sei al momento in giro a presentare il tuo secondo libro che è appena uscito, hai già in mente qualcosa per il tuo prossimo libro, o qualche altro progetto in cantiere?

Al momento no, nel senso che ho alcune idee in embrione che però non mi azzardo ancora a mettere su carta, però spero che prima o poi scatti la scintilla. La maggior parte delle volte scatta per caso, di notte, alle cinque del mattino ti alzi e cominci a scrivere.

Grazie Alessandro, buona giornata e buon San Valentino!




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4 febbraio 2007

Felice Scirè: pittore di carretti siciliani

Capelli bianchi, occhi sorridenti e baffi tremendamente simpatici: è Felice Scirè, pensionato campobellese, pittore di carretti siciliani. Ultra settantenne, irradia un’energia invidiabile. Col pennello tra le mani e col grembiule pasticciato ci invita ad entrare in casa. Ed ecco un’esplosione di colori…quadri da lui dipinti su tutte le pareti, tubetti di colore socchiusi sparsi sul tavolo da lavoro, pennelli di ogni misura, svariate tavolozze e poi, all’angolo della stanza, la sua più grande passione: i carretti siciliani. Alcuni sono pronti, da consegnare agli acquirenti; uno aspetta di essere completato. Vi è un modellino in scala che ha tutta l’aria di essere riservato ad un emigrante, a colui che il destino ha spinto lontano dalla sua terra. A casa potrà osservarlo e sentirà tutta la Sicilia, con i suoi panorami aspri e i suoi profumi misteriosi. Nelle sponde, nelle ruote, in ogni singola parte troviamo infatti i colori del meraviglioso sole siciliano. Vi sono raffigurati personaggi appartenenti alla tradizione cavalleresca, alla mitologia, alla storia. E’ un vero e proprio libro figurato  ambulante! Il nostro amico ci fa da cicerone per quella casa che ha le sembianza di una galleria d’arte. Ci mostra i suoi traguardi: a una parete ecco ritagli di giornali ormai ingialliti. Non riusciamo a leggere… ci avviciniamo. I titoli sono scritti in tedesco! Si avvicina e ci racconta “Ho avuto successo nella mia vita e ho girato il mondo – ci dice con l’orgoglio negli occhi. Ho vissuto in Svizzera, in America ma è in Australia che ho avuto maggiori soddisfazioni. E’ lì che ho venduto tutti i miei quadri in pochi giorni ed ho riscosso popolarità”. Ma andiamo alle origini. Felice Scirè, figlio d’arte, a soli dieci anni manifesta l’interesse per la pittura e trascorre tutto il tempo con il padre. “Mi regalò il libro della Gerusalemme Liberata, senza immagini. Ogni giorno mi faceva leggere alcune pagine e dopo due ore veniva, mi chiudeva il libro e mi diceva di disegnare quello che avevo letto. Cercavo di tracciare le espressioni dei volti, le azioni…La fantasia doveva correre per forza ed a volte volavano certi sberloni…La mano è più grossa della testa, dove sono le proporzioni? – mi gridava mio padre. Oggi, a distanza di sessant’anni lo ringrazio perché è a lui che devo il mio successo”. L’aria primaverile ci spinge ad uscire di casa anche se ci lasciamo alle spalle un autentico arcobaleno. Ecco parcheggiata un’auto, una vecchia chevrolét di tre metri e sessanta. Un capolavoro! “Ho comprato quest’automobile nel ’64 in Australia. Avrei voluto dipingerla un giorno, a mò di carro e nel ’92 finalmente ci sono riuscito”. Per le vie di Zurigo e Sidney Felice Scirè viaggia al volante della sua auto attirando l’attenzione dei passanti incuriositi e meravigliati. “La macchina è tuttora perfettamente funzionante”, - tiene a precisare. Felice Scirè è proprio innamorato del suo lavoro, della sua arte. “La pittura è la mia amante, la mia mamma e la mia sposa. Mi proponessero in cambio tutto il mondo, se un demone o un angelo mi desse in cambio tutto, io gli direi vai via, io mi tengo la pittura!”

Citate dalla stampa specializzata, le sue opere figurano in collezioni, pinacoteche ed enti pubblici e privati. E’ presente nei più qualificati annuari e cataloghi d’arte moderna e contemporanea. Se la quantità di opere vendute può rappresentare il successo o il fallimento di un pittore, Scirè ha avuto tutto il successo che meritava, perché i suoi quadri sono stati quasi tutti acquistati.

(questo è uno dei primi articoli che ho pubblicato quando ho cominciato a scrivere, cioè poco più di cinque anni fa. E' stato pubblicato su "L'occhio", un mensile di informazione, cultura, economia, turismo e sport. E Felice Scirè è stato davvero un personaggio. Mi è rimasto impresso per la sua solarità -sembrava un personaggio dei fumetti- per la sua vita così "vissuta", testimoniata da tantissime foto in bianco e nero che abbiamo visto e commentato insieme nel suo laboratorio... Davvero un bel ricordo!)




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23 settembre 2006


Una passione diventata museo

 

Salvatore Mirabile, classe '51, meglio conosciuto come Totò, è un collezionista di oggetti antichi. Impiegato comunale nella vita di tutti i giorni, ha destinato una parte considerevole della propria abitazione a un particolare museo. Di cosa?  E' difficile spiegarlo in poche battute. Ci sono attrezzi agricoli del passato, utilizzati dai contadini per il lavoro dei campi. Ma non solo: si trovano anche letti antichi, bauli per la "dote", culle, scaldaletti, utensili da cucina, macchine da cucire, telai per il ricamo. Salvatore Mirabile, originario di Chiusa Sclafani, una piccola città in provincia di Palermo, è appassionato anche di canti folcloristici della sua terra; ha riservato, infatti, una zona del museo ad una raccolta di canti siciliani noti e inediti, da lui stesso composti. "Nella creazione di questo museo - ci racconta l'infaticabile collezionista - ho cercato di conservare usi e costumi della civiltà contadina, affinché il nostro patrimonio culturale non vada perso per sempre". Una passione, quella di Salvatore Mirabile, nata ad appena diciotto anni e coltivata per tutta la vita. "Da bambino - ci racconta - non capivo il valore di alcuni utensili,ma quando hanno cominciato a subire la distruzione, durante le lotte contadine, mi resi conto che c'era qualcosa che stavamo perdendo irrimediabilmente. Da allora la raccolta e la salvaguardia. "Non avevo ancora vent'anni - continua - e cercavo di recuperare tutto quello che potevo". La produzione artistica è stata divulgata solo a parenti, amici e simpatizzanti, perché non nasce, tiene a precisare il nostro collezionista, con l'intento di farne commercio,ma semplicemente per coltivare una passione. "Ciò che siamo oggi dipende in buona parte dal nostro passato - afferma - e perderne le tracce significherebbe svuotare la nostra identità". Torniamo a curiosare nelle singolari collezioni del nostro amico: una serie di santini, un assortimento di macchine in scala 1/43, una raccolta di francobolli italiana, una di monete, una di giocattoli antichi e un'altra ancora di piccole bottiglie di liquori e vini. La collezione non è del tutto casalinga, così come potrebbe sembrare. E' previsto, infatti, uno spazio didattico, come lui stesso lo definisce.  Comprende una zona adibita a studio, dove il visitatore può fare uso anche del computer, per effettuare ricerche su internet oltre ad avvalersi della biblioteca contenente volumi riguardanti le tradizioni, gli usi, i costumi e i canti folcloristici della terra siciliana.




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22 settembre 2006

Melissa P. si racconta

(da "Marsala c'è", 2 luglio 2005)

 

Da ragazzina di provincia a scrittrice affermata, Melissa P., appena diciannovenne, pubblica il suo secondo libro "L'odore del tuo respiro", riscuotendo un successo pari alla sua prima esperienza letteraria "100 colpi di spazzola prima di andare a dormire". Definita da alcuni come una ragazza estremamente sola che cerca nel sesso, disperato ed estremo, un bisogno viscerale d'amore; da altri come una pseudo lolita, determinata a realizzare i suoi obiettivi, a costo di vendere persino la sua intimità; da altri ancora come una ragazza semplice che, con il suo primo libro, ha toccato le corde della paura, dell'angoscia, della timidezza ma della curiosità morbosa che riguardano tutte le adolescenti del ventunesimo secolo. Giovani che si sono identificati nella giovanissima scrittrice e che ne hanno determinato il successo. Chi è davvero Melissa? Di origine catanese, Melissa è una giovane donna, timida e al contempo estroversa, dalle idee sorprendentemente chiare e di una dolcezza disarmante. "Avevo quattro anni - ci racconta - quando ho cominciato a scrivere. A nove ho scritto il mio primo libro, Il volo degli angeli. Poi l'esperienza di 100 colpi di spazzola ed eccomi qua con il mio secondo libro".  Melissa è disinvolta, sorridente, incredibilmente naturale ma non presuntuosa, né arrogante, apparentemente inconsapevole di essere diventata un caso letterario. Alcune settimane fa è uscito in tutte le librerie "L'odore del tuo respiro". Addio esperienze sessuali estreme, rapporti omosessuali e orge. Questo secondo libro, chiediamo a Melissa, sembra dare il benvenuto all'amore. Una svolta? "100 colpi di spazzola - tiene a precisare la giovane scrittrice - è un libro molto romantico, sebbene ne abbiano parlato come di un testo volgare ed irrispettoso. Il sesso è presente - continua - ma non esclude il tema dell'amore che è invece anche qui molto pregnante. Non mi sento di parlare di svolta ma di continuità". Melissa ama leggere i tarocchi e creare pozioni con le erbe. "Il mistero,l'ignoto e l'occulto in genere - ci rivela - mi hanno sempre affascinato". Tra i desideri c'è quello di avere una cascina con tanti animali e tantissimi bambini ma, tiene a precisare, non suoi. "Siamo troppi al mondo - afferma - credo che l'adozione sia un intervento di gran lunga più civile e coscienzioso rispetto al mettere al mondo altri bimbi". Come sarà l'estate di Melissa? "Dopo la tappa in Sicilia - ci dice - volerò verso Glascow per partecipare al G8 del 6 luglio, nelle campagne scozzesi, poi ritornerò a Roma e ricomincerò il mio giro infernale. Aspetto trepidante la mia vacanza, che si preannuncia serenissima".




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22 settembre 2006

Nasce Radio Sapienza

(da Marsala c'è, 28 luglio 2005)

 

NASCE RADIO SAPIENZA

Tra gli organizzatori Davide Colella

 

Ha gli occhi verdi, i capelli chiari ed un sorriso contagioso, è solare, comunicativo ed ha un'incredibile passione per la radio. La radio è il suo lavoro. Si chiama Davide Colella, ha trent'anni, è di Marsala ed è uno dei responsabili del progetto "Radio Sapienza", la radio dell'ateneo romano, il più grande d'Europa. A ottobre, annuncia, inizieranno le trasmissioni radiofoniche.

Da Radio Antenna del Boeo a Erremmecci 101, Davide Colella ne ha fatta di strada. Ha vissuto gli ultimi dieci anni a Roma, dividendosi tra l'università ed il lavoro in alcune emittenti radiofoniche della capitale e si è laureato lo scorso anno in scienze della comunicazione a La Sapienza. Ora si divide fra la regia del Tropico del Cammello di Radio2 e la direzione tecnica di Ecoradio. Il primo passo verso la realizzazione di Radio Sapienza è stato il concorso per aspiranti speaker, deejay e giornalisti radiofonici. Gli aspiranti hanno realizzato interviste, servizi radiofonici e gag. Il tutto in una diretta simulata. Sono state valutate la predisposizione, la capacità di improvvisazione, l'estro e il timbro della voce dei concorrenti. La gara "Voci in corso" si è conclusa domenica scorsa e Davide ne è stato collaboratore attivo. "La scelta di organizzare un premio radiofonico -afferma - nasce dalla difficoltà odierna di lavorare in un network; i deejay più bravi -continua - hanno almeno trent'anni e tutte le radio hanno capito che aprire le proprie porte alle nuove leve significa formare la nuova generazione radiofonica. Vorremmo che Radio Sapienza diventasse una palestra per insegnare a tanti giovani le professioni di un'emittente".




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17 settembre 2006


L'articolo appena postato Jazz in cantina. Pat Metheny a Marsala suona per Bacco (da La Repubblica-Palermo, 25 luglio 2002), è un altro di quegli articoli scovato nel mio archivio storico. Chissà quando tornerà a trovarci il chitarrista del Missouri...




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17 settembre 2006


Jazz in cantina. Pat Metheny a Marsala suona per Bacco

Pat Metheny torna a Marsala. Dopo quattro anni il chitarrista del Missouri, uno dei più rinomati musicisti della scena jazz mondiale, suona al Doc jazz festival.  Saranno le suggestive Cantine Donnafugata, in un’atmosfera del tutto particolare, a ospitare stasera, alle 21,00, il virtuoso delle sei corde che si esibirà insieme al “poeta” del contrabbasso, Charlie Haden. Un concerto ispirato all’amicizia che lega i due musicisti, raccontata anche attraverso l’album duetto “Beyond the Missouri sky”. I due jazzisti faranno ascoltare, oltre che brani tratti dall’album, i pezzi che ripercorrono le tappe di tutta la loro carriera.

Duecento i biglietti venduti a Marsala, circa 500 quelli a Palermo, a conferma che quello di stasera è un appuntamento che richiamerà appassionati da tutta la Sicilia occidentale. Al concerto di Marsala di quattro anni fa, infatti, fu registrato il “tutto esaurito” tant’è che quest’anno l’appuntamento sarà doppio, stasera e domani. I due concerti celebrano il matrimonio tra musica e vino officiati da Josè Rallo,manager dell'azienda vinicola Donnafugata, sponsor della rassegna e, soprattutto, teatro dei due appuntamenti. In passato le cantine ospitarono memorabili jam session dei protagonisti del Marsala jazz festival. Una cornice che non manca d'atmosfera, dato che le cantine risalgono al 1851 e sono state recentemente restaurate.

“Speaking of now” è un’importante aggiunta alla quantità di album che Metheny ha prodotto da quando nel 1974, appena diciottenne, fece irruzione nella scena internazionale del jazz, in qualità di componente del Gary Burton’s Quartet.

Oggi, all’età di 47 anni, il maestro continua a rappresentare con ogni nuova uscita i più alti standard di eccellenza musicale.

Dando prova di un’insaziabile energia creativa, Pat Metheny ha sperimentato ogni via e possibilità che la musica moderna del ventunesimo secolo possa offrire ad un musicista. Celebre anche la sua tournée con Pino Daniele: ne venne fuori un inconfondibile sound che in tanti,anche nel concerto di Caltanissetta, mostrarono di apprezzare. Il biglietto per il concerto costa 15 euro e si compra, a Palermo, da Ricordi e da Mastre dischi, e a Marsala alla libreria Pellegrino.

 

 




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17 settembre 2006


Visto che voglio arricchire questo blog e da un blog che ha come titolo "reporter itinerante. Se una notte d'inverno una giornalista..." ci si aspetta almeno qualche articolo, oltre che le solite digressioni da aspirante new blogger, comincio col pubblicare un articolo su Gianfranco Jannuzzo, pubblicato su La Sicilia il 26 luglio 2002. Un po' datato direi ma da qualche parte si deve pur cominciare...

LE GAG DI JANNUZZO DIVERTONO FINO ALL'ARRIVO DELLA PIOGGIA (da La Sicilia, 26 luglio 2002)


Interrotto da un improvviso acquazzone estivo, mercoledì sera, in piazza della Repubblica, lo spettacolo di Gianfranco Jannuzzo. L’irresistibile cabarettista di origine agrigentina, ma ormai noto in tutta Italia, nonostante le prime avvisaglie di pioggia, in un primo momento è rimasto sul palco, tra gli applausi e le esortazioni del pubblico che ha affollato l’intera piazza. L’intenzione era quella di proseguire con le sue esilaranti gag, ma l’incalzare della pioggia ha interrotto il divertente varietà. “Vi voglio bene”, così Jannuzzo ha salutato i suoi conterranei, prima che si spegnessero i riflettori. Trasferitosi a Roma a 12 anni per via del lavoro paterno, l’interprete siciliano ha comunque lasciato "un pezzo di cuore" in Sicilia, come ha più volte affermato durante lo spettacolo. Ci racconta della nostalgia per la sua terra, per il calore della gente, per gli inebrianti profumi e per l'inconfondibile dialetto.

“Noi siciliani ci capiamo con lo sguardo, con un gesto, persino con una parola, siamo persone dirette senza peli sulla lingua”. Con la disponibilità e la gentilezza che lo contraddistinguono, ci ha raccontato di quando ha ricevuto il  primo applauso.
“Avevo 5 anni – ci dice sorridendo - ed una passione: Chitarra Romana. La cantavo appena possibile. Con i miei genitori eravamo andati a trovare degli zii a Lugano; al ristorante dove eravamo a pranzo c’era un piccolo gruppo musicale. Chiesi al pianista se conosceva questa canzone e di accompagnarmi. Mi esibii a squarciagola. Alla fine, complice la moltitudine di parenti, - conclude con gli occhi lucidi - un applauso lunghissimo che ancora oggi mi infonde tenerezza”.

Qual è il commento su di lei che le piacerebbe sentire? “Mi piacerebbe sentirmi dire che sono un artista eclettico - ci risponde -, in grado di interpretare altrettanto bene un testo comico quanto uno drammatico con la stessa professionalità”.

Siamo in Sicilia, la sua terra. Cosa si aspetta stasera dal suo pubblico?

“Semplicemente che si diverta”.

E così è stato, fino all’arrivo del temporale.




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17 settembre 2006


Qui inserirò alcuni articoli tra quelli che ho rinvenuto nel mio vecchio pc, e pertanto risalenti ad epoca "preistorica", e articoli più o meno recenti.




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