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Se una notte d'inverno una giornalista...
 
 
 
 
           
       

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Alla BBC quando stavo a Londra





Alla Tour Eiffel al tramonto


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Alla sede de Le Figaro


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Gatti adorabili


Renato e Jana


Io e Francesca alla BBC


In treno per Pisa


A Pisa

Cappelli, che passione...














































 
24 giugno 2010

Solo rumore...

Dopo mesi, eccomi qui a rimettere insieme i pezzi di un anno non proprio fortunato. Bando alla vita privata, preferisco fare una ricognizione delle cose che contano: videointerviste e articoli. Tutto il resto è stato solo rumore.

Buona visione a chi vedrà i miei servizi. E buona estate a tutti!

 




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31 luglio 2009

I sogni, anche se messi a dura prova, continuano...

In Sicilia da poco più di una settimana. Sole, mare, serate estive e tutto ciò che di più stereotipato ci possa essere. Eppure piace. Parenti, cibo e amici storici. E' sufficiente dire che ho già messo due chili. Gli ultimi due mesi sono stati dedicati in parte a Viva La Radio Network. In parte ad una nuova persona che è arrivata quando meno me lo potessi aspettare, proprio quando ero occupata a farmi paranoie per una persona che frequentavo da qualche anno. Lì ad arrovellarmi per la fine e l'inizio di qualcosa, per dei sentimenti confusi e forse mai dichiarati genuinamente... e poi una bella sorpresa, rigorosamente palermitana. Un taglio al passato e ai rami secchi e uno sguardo al nuovo incoraggiata dal buon e mai banale Ivano Fossati. Una capatina a Venezia a bere buon vino sul Canal Grande e fuochi d'artificio in Piazza San Marco. Una puntata al casinò di Venezia. E poi tanto divertimento. Giornate "goduriose" e divertenti. Tanta affinità. E adesso ci godiamo le giornate siciliane, la notte al mare sotto il cielo stellato... Un po' di tradizione e sano ottimismo. E poi chi vivrà vedrà! A settembre si torna a Milano, il lavoro chiama... e non solo! I sogni continuano...

Ecco qui di seguito le video interviste e i pezzi prodotti per Viva la Radio Network.

 

Massimo Emanuelli Bruna Magi Paolo Poli Sabrina Petyx Matteo Collura Roberto Santoro Angelo Branduardi


8 marzo 2009

Wonder woman


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26 ottobre 2008

Temi

Temi. Da un paio di domeniche trascorro la mattinata a correggere i temi dei miei ragazzi e mi piace. Scrivono delle frasi così tenere e così genuinamente vere. Mi emozionano. Forse il lavoro che vedevo così distante da me, così improbabile, è l’unico che io possa fare parallelamente alle mie collaborazioni giornalistiche. Ci sono periodi in cui conciliare la mia attività come addetto stampa e il lavoro mattutino di prof sembra cosa impossibile ma poi il periodo incasinato passa e tutto ritrova il suo naturale equilibrio. Ti confronti quotidianamente con l’arte della parola, leggi testi nuovi insieme ai ragazzi e il loro punto di vista ti arricchisce sempre e comunque. Lavoro in un industriale e la loro mente è chiaramente più proiettata a spiegare i meccanismi di un impianto, è rivolta all’informatica, all’elettronica dove peraltro hanno discreti voti. La letteratura è una “scienza astratta” per loro, spesso non ne vedono “l’utilità” (o almeno quella che loro reputano tale) ma mi piace avere a che fare con persone che non hanno pretese da intellettualoidi. E’ stimolante spiegare la costruzione di un romanzo, le tecniche narrative, le funzioni dei personaggi e da lì risalire al mondo dello scrittore, al suo immaginario. Quest’anno ho anche una quinta e non so se sarò io l’insegnante interna alla commissione di maturità. Cercherò di dar loro tutti gli strumenti per cavarsela con qualsiasi tipo di testo si troveranno di fronte. E poi chi vivrà vedrà!

Buona domenica a tutti!


11 ottobre 2008

Quasi due mesi dopo...

 Eccomi. Ne è passato di tempo dall’ultimo post. E di cose ne sono successe. Qualcuno mi ha sottratto la password di Messenger e si è collegato fingendosi me, creando non pochi problemi.

L’estate mi ha portato del sano riposo. Necessario e rinvigorente. Poi una settimana a Stoccolma ad agosto, al freddo, quando in Sicilia ho lasciato oltre 30 gradi. Qualche giornata in barca a Favignana, poi Marettimo, piccoli angoli di paradiso che resistono a dispetto di tutto.

Sono tornata a Milano l’8 settembre e in dolce compagnia, mia madre. Da lì ad oggi un susseguirsi di novità lavorative. Ho lavorato quindici giorni a San Donato in una scuola media, poi una settimana alle elementari e nel contempo ho ricevuto una convocazione in un istituto superiore. Andata. Contratto fino al 16 giugno.

Nel pomeriggio lavoro come addetto stampa e mi sto occupando di cose interessantissime. Sto organizzando un talk show a Milano riguardo alla vicenda giudiziaria di Carlo Parlanti, connazionale detenuto all’estero. Un caso internazionale che ha coinvolto, oltre all'opinione pubblica, il Ministero di Giustizia Italiano e la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.
Ieri ho avuto una conferenza stampa a Palazzo Marino. Insomma, di tempo ne ho davvero poco. Tra una lavatrice e la spesa al volo, cerco di ritagliarmi qualche minuto ma sta diventando sempre più difficile. Mi sono resa conto che ho saltato quasi ogni giorno il pranzo ma… Non dimagrisco! La sera recupero il pranzo mancato e assimilo ogni briciola della cena.

Nella scuola dove lavoro mi trovo abbastanza bene, ho una quinta, una quarta e una prima. Classi interamente maschili. Del resto, all’industriale bisognava aspettarselo! Ma non credevo fino a questo punto.

Non so se riprenderò ad aggiornare il blog con la regolarità dell’anno scorso, mi rendo conto che mi manca questo momento con voi che mi leggete, che magari poi mi scrivete e commentate i miei post. I miei amici mi scrivono sms, chiedendomi che fine abbia fatto. Spero con questo post di aver aggiornato amici, parenti, conoscenti, simpatizzanti. E soprattutto, commentate qui invece che scrivermi al di fuori del blog!

Arriscriverci al prossimo post!


16 luglio 2008

Si parte...

Si parte. Si torna a casa da mammà, almeno per qualche settimana. Quasi mi dispiace lasciare Milano, nonostante il caldo afoso, nonostante la città svuotata, nonostante tutto. E' trascorso quasi un anno dal mio trasferimento e sto bene. Nessun rimpianto. Ho lavorato tutto l'anno, conosciuto un po' di persone, trovato casa, frequentato il master in comunicazione multimediale e giornalismo, lavorato in un'agenzia stampa e, sebbene sia sempre precaria, so che sono al posto giusto e questo per ora mi basta. Ho imparato cos'è il brunch domenicale, visto qualche vip, sono andata per la prima volta al lago. Sembreranno particolari irrilevanti però le novità mi hanno sempre stimolato. Da siciliana quale sono, sono cresciuta vedendo il mare. Tutti  i giorni. E quello è uno spettacolo che nessun lago può equiparare. I colori della Sicilia sono unici, così come gli odori e i personaggi. Eppure Milano ha le sue magie. Una discrezione che fa sentire liberi. Un rispetto e una fermezza che in Sicilia a volte senti venir meno. Ad agosto andrò a Stoccolma. Tornerò a Milano a settembre. Non so quanto terrò aggiornato il blog questa estate, ma voi seguitemi numerosi. Nonostante i pochissimi commenti, ogni giorno vedo che c'è una media di 150 visitatori e questa costanza mi fa piacere, anche se non ho ancora ben capito se è frutto del caso o di persone che abitualmente ci vengono
Ieri ho visto Malgioglio, avete presente? Quello con il ciuffo biondo… Sarò provinciale fino all'osso ma quando sono per strada e mi capita di vedere un personaggio famoso, sebbene non lo apprezzi più di tanto, ne gioisco comunque.
Vado in aeroporto.
Buone vacanze a tutti!

 


27 giugno 2008

Milano, la città del dialetto andato a male

Milano non ha mezze misure. E' sempre al top di tutto, suo malgrado: al top delle città più calde d'Italia, al top per consumo e traffico di droga (consumi 3 volte superiori al resto d’Italia), al top per inquinamento. Capitale mondiale della moda, dell'architettura e del design. Cuore della vita economica, commerciale e finanziaria del Paese. Maggiore polo fieristico europeo e uno dei maggiori per i congressi.
E' sempre "capitale" di qualcosa, "maggiore" e "più" di qualsiasi altra. E' più forte di lei. Seducente, altezzosa e sempre protagonista. Milano ha una sua identità, al di là di ogni pregiudizio e dei luoghi comuni, al di là della nebbia, dello smog e del caro affitti.

E' la città del dialetto andato a male, è la metropoli del "so tutto io", la città del “lavoro, guadagno, pago, pretendo!”. E' la città dell'azzardo. Qui parole come rischio, investimento, caso, sorte, fortuna hanno ragion d'esistere più che in qualsiasi altra città. E alla lunga o la ami o la odi. Senza mezze misure.


22 giugno 2008

Cara Prof: questione di prospettive

Passavo in rassegna vecchi successi italiani degli anni Ottanta e Novanta e sono incappata in Cara Prof dello smielato Ramazzotti che ha infarcito l'adolescenza di milioni di giovani. E sorrido. E' la prima volta che mi sento la destinataria della canzone. Sono una Prof, ci rendiamo conto? L'ho sempre ascoltata, da ragazzina, pensando ad un allievo che scrive alla sua insegnante, e l'allievo ero io anni fa. Stavolta, invece, mi immedesimo proprio nell'insegnante. Gli anni passano e la scuola dà alla testa!


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15 giugno 2008

Interrogativi


Vuoi fare l'hostess?

No.

Vuoi fare l'insegnante?

No.

Vuoi fare la promoter?

No.

Ma allora perché lavorerai come hostess a Linate, in attesa che ti chiamino come commissario esterno per la maturità e tra una cosa e l'altra ti improvvisi promoter alle Poste Italiane?


15 giugno 2008

Elementare Watson!

 "Le cavolate non vanno mai da sole" ed io, per onorare un proverbio coniato ora da me ma sperimentato a iosa negli anni, sto facendo una cavolata dietro l'altra. Ho smesso per settimane di aggiornare il blog (la parte del diario almeno!) perché qualcuno mi ha fatto passare la voglia di scrivere.

Un artista, così come un cronista, deve essere prima di tutto onesto. Qualcuno ha detto una volta "la qualità migliore per un giornalista non è l'obiettività, ma l'onestà". "Il cattivo giornalista - dichiarò qualche anno fa il direttore del New York Times, Joseph Lelyveld, in un'intervista a La Stampa - si distingue per non avere umiltà, per l'egocentrismo, per la superficialità, per l'eccessiva partecipazione nella propria prosa, per la mancanza di rispetto nei confronti delle persone di cui scrive. I veri grandi giornalisti si vergognano dell'arroganza". Credo di aver fatto uno dopo l'altro, in questo blog, tutti gli errori di cui parlava Lelyveld ma, attenzione, io non scrivo da Giornalista, non nella sezione Diario almeno. Non ho alcuna pretesa di obiettività. Nessuno sguardo dall'alto. E' semplicemente il mio. E il blog nasce dichiaratamente come punto di vista e come diario personale.

L'essere umano, del resto, è un animale vanitoso, gli interessa solo ciò che lo riguarda. E questo se è vero da sempre, oggi lo è più che mai. La proliferazione di blog è solo uno degli esempi di questa generazione. Negli ultimi anni non ho incontrato una persona, dico una, proiettata all'altro, al diverso da sé. Tutti ossessionati dalle proprie scadenze, dalle proprie priorità, da cui sembrerebbe dipendere il resto del mondo.

L'egoismo che si sta diffondendo, o almeno che io vedo nei volti di ognuno, è inquietante ed è specchio della paura e della diffidenza. Una persona pensa a se stessa perché convinta che deve farlo per sopravvivere, l'altruismo non paga e non è una mera questione economica. Deve monitorare e gestire perfino gli investimenti emotivi affinché il suo cuore non faccia bancarotta.

E questa lungimiranza, alla lunga, sta diventando avvilente. Quando poi qualcuno decide di rischiare e buttarsi non gode della fiducia necessaria e si imbatte nelle insicurezze dell'altro.

Se poi uno decide di scrivere i PROPRI sproloqui da blogger nel PROPRIO blog non va bene neanche perché, seppure egoista e preso da sé, qualcuno trova il tempo e la delicatezza di un rinoceronte per dirti che quello che scrivi è una miriade di fandonie. Ora dico, posso scrivere quello che mi pare nel mio blog? Uno o commenta se gli va o non continua a leggere le fandonie, no? Elementare Watson!

Vi avevo annunciato concetti intelligenti all'inizio del post? No. Solo cavolate e questa è l'ennesima.


14 giugno 2008

Bolle di sapone

 Più si ricerca la chiarezza, l'ordine, un barlume di stabilità e più la vita si complica con proposte, decisioni da prendere, novità inaspettate. Ed è come se tutto dovesse portare ad una svolta, ad una decisione che determinerà uno straccio di futuro. Tutte cazzate! I momenti passano, quelle novità che pensavi potenzialmente risolutive si rivelano le ennesime bolle di sapone. E ricomincia il ciclo dei vinti e delle perdite. Tutto ciò che mi circonda è inesistente. Sembrerebbe una contraddizione in termini - se mi circonda allora esiste!? Eppure è tutto talmente insulso da risultare inconsistente.


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permalink | inviato da reporteritinerante il 14/6/2008 alle 23:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

22 maggio 2008

Rapporti inversamente proporzionali

Mi sono svegliata. Forse era ora. Ho sopravvalutato un amico. E lui pensa di averlo fatto con me. Capita. Qualche post fa ho scritto che stavolta avrei fatto decidere al Caso e il caso unito alla mia deficienza ha fatto tutto. Ma oggi non sono più triste come i giorni passati. Delusa sì, ma consapevole. La delusione, del resto, è l'altro leit-motiv della nostra società contemporanea. Se mi guardo intorno vedo gente frustrata che farebbe tutt'altro lavoro, ragazzi delusi dai genitori e dagli adulti in genere, genitori delusi dai figli, insegnanti delusi dagli alunni. Poi ci sono quegli uomini che desiderano un figlio più di ogni altra cosa al mondo, delusi perchè non possono averne e ci sono quelli che diventano padri, senza volerlo. Eppure -e qui sta la grandiosità dell'animo umano- ognuno di noi, per quanto deluso, spera comunque. Spera di incontrare persone migliori di quelle incontrate, di vivere momenti che possano compensare quelli "no" andati, spera magari in un avanzamento di carriera, in un cambiamento, confida nelle novità, nelle sorprese e fondamentalmente ognuno spera in una sorta di rivincita.

La voglia di riscatto sembra inversamente proporzionale all'avvilimento generale. E la delusione accende la speranza.


18 maggio 2008

A dispetto delle differenze

 Che fossi metereopatica era risaputo. Ma questa pioggia mi sta intristendo oltre ogni pronostico.

Avevo accennato qualche giorno fa un cambio stagione, comprato due paia di scarpe estive e ieri mi son ritrovata a calzare stivali e giacca di velluto. La lunaticità climatica l'ho sempre attribuita a marzo, per antonomasia "il mese pazzerello". Ma devo dire che questo Maggio 2008 si sta giocando il primato quest'anno. Da una domenica al parco, immersa nel sole e nel verde, sono passata ad una domenica chiusa dentro casa con pigiama in pile e "apatia da pioggia". Se poi la domenica in questione segue un sabato indimenticabile con una persona cara che torna all'isola da cui io sono partita, direi che lo sconforto diventa più che comprensibile.
Fidarsi non è semplice e quando accade, in modo naturale, crescente, senza troppo rumore, è sorprendente. Non ho mai visto un viso così solare e degli occhi così trasparenti come i tuoi. Una persona che condivide dei momenti pienamente, facendo sentire l'altro importante e non "graziato" per il tempo che gli riserva. Le ore sono volate come sempre e il sorriso non è mai mancato. Un affetto totale, non centellinato, né misurato. Niente dubbi, paranoie, interrogativi sterili. Una giornata senza pensare a niente. Un bene profondo, pulito, dolcissimo. Stare insieme ci disintossica sempre da una quotidianità meccanica e sfibrante e ci fa vedere chiaramente ciò che conta: le piccole cose, la semplicità di alcuni istanti, senza nulla di trascendentale o ricercato. Per una come me, affascinata dalle persone "particolari" a tutti i costi, alla ricerca, talvolta esasperata, di novità stimolanti, stare con una persona come te, senza troppe dietrologie, non può che essere rigenerante. Ridi di cuore, ti diverti con me e mi vuoi bene. E non fai nulla per nasconderlo. In un mondo dove manifestare i sentimenti ci imbarazza, mostrare troppa gioia ci mette quasi soggezione, tu prendi di petto la vita e sei travolgente. Hai la capacità di non farmi mai sentire inadeguata, mai di troppo. In questi anni il nostro rapporto è cresciuto, lentamente ma costantemente, alle risate si sono aggiunte le confidenze e gli sfoghi reciproci e adesso so che sei una persona su cui poter contare.

Siamo lontani anni luce io e te - e so che ti dispiace, quando ti dico questa frase, abbiamo idee politiche opposte, una formazione completamente diversa. Io filosofeggio, tu fai i bilanci, io leggo, tu conti, io cerco la straordinarietà, tu la naturalezza, tu sei profondamente legato alla tua famiglia e credi fortemente in questo valore, io non lo so ancora. Io sono per le unioni di fatto, pro coppie gay e tu rabbrividisci solo all'idea. Tu leggi la Gazzetta dello Sport e non perdi una partita, io odio il calcio e ciò che gli gravita attorno. Io compro cibi surgelati e affettati già imbustati, tu tutto immancabilmente fresco e al banco frigo. Tu ti alzi all'alba, io adoro dormire soprattutto la mattina. Ma c'è qualcosa che hai più di chiunque altro, a dispetto delle nostre differenze: la capacità di scaldarmi il cuore e di farmi sentire come nessun'altra.


16 maggio 2008

L'apribottiglie

Il batticuore ti sorprende sempre, soprattutto se lo senti da qualcun altro. E sono quelli i lampi di genuinità che desidero, niente complimenti di circostanza, nessuna reazione prevista o forzata, nessuna parola di troppo. Niente fronzoli. Apprezzo la spontaneità, scevra possibilmente da cafoneria.

Le insicurezze degli altri mi incuriosiscono. Uno che esce di casa con asciugamano, spazzolino, dentifricio, filo interdentale e collutorio, non può che avere due motivazioni alla base di tale scrupolosità: o è un maniaco dell'igiene orale e non solo, o si fa tante di quelle paranoie che le mie diventano bazzecole a confronto. Se poi mostrare tali oggetti è forse il tentativo di esorcizzare le ataviche insicurezze, allora diventa interessante andare alla scoperta delle altre indiscrezioni.

Ammiro la disciplina e il self-control di molti ma lasciarsi trasportare dalla fantasia e condividerla può essere a volte impareggiabile.

Questo apribottiglie ha l'aspetto di una ballerina con le ascelle pelose, secondo voi? Ad alcuni sembra così. Io non ci avevo mai pensato, ma alla fine ognuno può vederci ciò che vuole. E l'obiettività la lasciamo alle scienze esatte.

Bresaola e Filadelfia, accompagnati da un Corvo bianco siciliano. "Un vino fragrante, fresco, leggero e piacevole, ricco di sensazioni, profumi e sapori mediterranei", avrebbe detto un sommelier. E forse una bella sbronza sarebbe quello che ci vorrebbe, in nome dei tempi andati. Stasera l'atmosfera era più familiare del solito e proprio quando ho pensato che fosse già stato tutto detto e tutto fatto, ho riscoperto con piacere che bere un buon vino guardandosi negli occhi può sollecitare piacevoli sensazioni di condivisione. Stasera ho visto lampi di tristezza sconfinata, una tristezza primitiva, ma sono stati momenti così fugaci (poi seguiti dal solito atteggiamento vigile) che spero siano stati solo la proiezione delle mie fisime. Le riserve continuano ad esserci ma, guardando l'apribottiglie e le ipotetiche braccia della ballerina, mai immaginate prima, spero di conoscere altre prospettive da cui guardare ciò che ci emoziona e a cui non sappiamo dare un nome.


14 maggio 2008

Linee di confine

Se pensi al passato fai la nostalgica sfigata, se pensi al futuro non sei credibile neanche a te stessa. Rimanere in questa linea di confine che sembrerebbe il presente è l'unica cosa che resta.

L'insoddisfazione latente o manifesta (alla fine che differenza fa?!) è lo stato d'animo dell'uomo medio contemporaneo. Ci hanno insegnato a guardare le sfumature (non può essere tutto bianco o nero!?), ma se neanche le sfumature avessero più una loro identità?

Ho sempre guardato avanti, soprattutto nel lavoro. Durante gli anni dell'università, facevo la promoter e pensavo "che ti frega? con i soldi di oggi compri il libro per l'esame!", ero a Padova e mentre pulivo i culi ai neonati spacciandomi per educatrice dicevo "Magari questo pomeriggio vado a Il Mattino e mi propongo come giovane cronista". Ma avevo poco più di vent'anni e allora sognavo ancora una carriera splendida e non sapevo cosa fosse una casta. Un fidanzato quinquennale col quale pensavo persino di sposarmi. Ci siamo lasciati senza troppi piagnistei e con una lucidità che lasciava presagire che l'amore fosse finito forse da un bel po'. Abbiamo rispettivamente cambiato città e io ho ripreso da subito la direzione che volevo, sola verso il mondo. Ho sempre affrontato il presente e una realtà stretta con una forza che mi spingeva a dire "succederà qualcosa, fidati, tieni duro". E così Roma, Palermo, poi Londra. Persino qui a Milano, dopo giornate di merda a scuola, a confrontarmi con dei pazzi squilibrati, mi son detta più volte "hai bisogno di uno stipendio, questo lavoro te lo garantisce almeno per un po' di mesi. Stai zitta e vai avanti". Ho provato ad impiantare una vita che avesse un senso in più di una città ma la sensazione adesso è di essere una mezza calzetta ovunque io vada. Avrò anche raggiunto dei piccoli obiettivi ma sono ben poca cosa rispetto alle attese. Qualcuno dice che sono troppo dura con me stessa e che il mondo non è messo meglio di me, ma confrontarmi con gli altri e vedere la rassegnazione nei loro volti non mi consola, anzi mi fa disperare.

Se fossimo solo il prodotto delle nostre azioni? Forse già non sarebbe male; potremmo parlare in questo caso di meritocrazia. E invece se ne parla sempre più spesso per denunciarne l'assenza. E se proprio le nostre azioni fossero invece causa prima dei nostri mali? Alla fine, tutto si ripete e le insoddisfazioni hanno sempre lo stesso sapore. Smettere di credere può essere terribile. I sogni, si sa, aiutano a vivere meglio, no? Ma quando i sogni diventano utopia allora comincia la frustrazione. Le parentesi rosa, poi, sono troppo brevi per riscattarsi dai momenti-no. Ci aspettiamo le stesse cose dalle persone che puntualmente ci deludono: continuità, certezze, concentrazione (pure l'allitterazione!). E rima baciata tristissima. Mi divido tra principi e pirati e principi-pirati ma anche qui le sfumature sanno di niente. Beffeggio le unioni dichiaratamente "felici" perché le ipocrisie e le finzioni schizzano dappertutto, provo compassione per chi non ha più neanche la forza di fingere e rimane in coppia per inerzia, dichiaratamente infelice. Amo le verità, ma ormai ne incontro così poche che fatico a riconoscerle.


13 maggio 2008

I cavalieri combattono per quello che amano, e qualche volta non tornano vivi dalla guerra

 

I cavalieri combattono per quello che amano, e qualche volta non tornano vivi dalla guerra.


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12 maggio 2008

Pomeriggio milanese al parco Sempione


Mi sento viva e piena di energia. Qualcuno direbbe che è un male visto che me ne riconosce fin troppa. Una domenica all'insegna dell'ossigeno oggi. Pomeriggio milanese al parco Sempione, tra alberi secolari, acqua, venticello piacevole, prato verde sterminato. Mi sembrava di essere a Londra. Un sacco di persone con le maniche corte, sedute nelle panchine, alcuni in bici e molti perfino in costume a prendere il sole, chioschetti qua e là. Non mi aspettavo tutto questo movimento, ma del resto è stato bello anche così. Non è comune vedere i milanesi spensierati al parco, senza gli occhi puntati all'orologio. Basta così poco per astrarsi dagli altri se si vuole. Un asciugamano e una buona "compagnia".
Gli alberi a cascata e l'acqua, stile "Laguna blu", senza la nudità del film però. Poi basta un po' di polline nell'aria a farci starnutire. E Tac, mi accorgo che ci sei tu e vivo. Vivo i tuoi sorrisi e la vulnerabilità di tutto quanto. Le incongruenze sono centinaia ma anche i racconti, le curiosità, le impressioni, le immagini, gli sprazzi di vita. Frugare dentro la testa di qualcuno può essere a volte invadente ma quando ne vale la pena può anche diventare affascinante. Il punto è: "ne vale la pena?" Onestamente non lo so. Credo che, fino a quando nessuno si fa male, sia divertente. Meglio però arginare gli interrogativi. Godersi la leggerezza di alcuni attimi e "leggersi dentro", passo dopo passo. E la direzione stavolta la faccio decidere al Caso.



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10 maggio 2008

Punti di vista

Buongiorno mondo! Oggi c'è una bellissima giornata, cielo azzurro, sole caldo, aria piacevole. Sembra quasi di essere in Sicilia. Ho riletto il post di ieri sera, troppe lagne e poi la solita solfa! Mi è capitato stamattina di leggere il mio oroscopo, a cui non credo per niente, ma il consiglio di oggi sembra tagliato per me. Il caso stavolta c'ha azzeccato.

"Oggi è la giornata ideale per cercare di capire anche i punti di vista delle altre persone, potresti imparare qualcosa di nuovo".

Posto che una frase del genere può andare bene per un milione di persone e posto che non sarà oggi la giornata "ideale" come prescrive l'oroscopo, credo tuttavia che io dovrei davvero mettermi un po' più nei panni degli altri, sotto tutti i punti di vista.

Oggi vorrei divertirmi, passeggiare per la città, prendere un gelatino in centro, andare per negozi. Vedremo cosa riserva questo sabato. Spero pochissime riflessioni inutili. Relax, distensione e spensieratezza, seppur malinconica. Tanto ormai dovremmo esserci tutti abituati.


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10 maggio 2008

Sensazioni ovattate. Non ci rimane che "qualche svogliata carezza e un po' di tenerezza"

Mi chiedo quante persone oggi si innamorano. Secondo me non ci si innamora più. Dov'è l'amore "che strappa i capelli", quel trasporto inspiegabile che ti fa dire "voglio lui/lei e non mi interessa di nessun altro/a"? Ormai si è guardinghi persino nei sentimenti, ci si scruta per vedere le mosse dell'altro, come se fosse una sfida. Neanche fosse una partita di scacchi. Si pensa poi alla reazione migliore da avere, la più plausibile, quella politically correct e subito a giudicare quella dell'altro. Si pensa più del necessario e ci si pone domande esagerate, alle quali possibilmente le risposte non ci sono ancora. Alla fine ci si crea delle attese che il più delle volte rimangono deluse. Bando alle domande, quindi. "Lo scopriremo solo vivendo" cantava Battisti.

Ma chi vive oggi pienamente le emozioni? E' tutto arginato, smorzato, misurato, affinché nulla sfugga al controllo. Meglio evitare di buttarsi troppo. Perché rischiare l'ennesima delusione? Quindi sorrisi, divertimenti, piaceri, parole e abbracci ma guai a toccare certe corde, certi argomenti che ci indispongono o che scoprono certi nervi mostrando le nostre fragilità. Il "must" è fare ciò che ci fa stare tranquilli e beati ma, più vogliamo stare bene evitando ciò che ci rende insicuri, più non ci riusciamo. Continuiamo la nostra vita all'insegna della precarietà lavorativa, sentimentale ed emotiva. Non ci mettiamo più in gioco, siamo stanchi, svogliati, arresi, avviliti. Non ci lasciamo andare, neanche quando crediamo che una persona ci piaccia, perché avvertiamo sensazioni ovattate, scene già viste, resistenze che non hai la forza, a volte neanche la voglia, di abbattere. Persino quando incontri un marziano dopo un po' ti accorgi che non è poi così singolare. Siamo tutti nella stessa barca: adolescenti, adulti, ragazzi, marziani. Speriamo ogni giorno di incontrare persone interessanti che ci mostrino qualcosa di nuovo e soprattutto che siano se stessi, al di là di ogni copione e di ogni retorica, ma essere a proprio agio, fare ciò che ci si sente senza ansia per ciò che sarà dopo, è davvero faticoso. La gente avrebbe bisogno di spensieratezza, ha sì mille passatempi per scaricare le cosiddette "tensioni", ma non riesce più a divertirsi davvero, a stare totalmente bene se non in rarissime occasioni. Si concede solo qualche distrazione che il più delle volte, però, rimane tale.

C'è effettivamente questa tendenza in atto? Ci si innamora come una volta? Ricordate i tempi in cui si sposava una donna avendola vista una manciata di volte e si aveva la convinzione di trascorrere con lei tutta la vita? Non averla mai toccata non voleva dire non conoscerla. Adesso crediamo di dover conoscere tutto dell'altro, ma rimaniamo confusi e a volte perplessi. Adesso il "per sempre" ci terrorizza, abbiamo bisogno di sempre più prove e più tempo per capire cosa proviamo e cosa ci sentiamo di fare. Un tempo si parlava di fidanzamento, matrimonio, relazione, innamoramento. Oggi si parla di tresca, flirt, storia, amicizia particolare, compagnia, avventura. 

Si tratta di aggiornamento del lessico o è accaduto qualcosa?

I nostri spazi sono inviolabili e la voglia di investire è sempre meno. Siamo così perché non ci innamoriamo e punto, perché non conosciamo la presunta persona giusta o forse invece non riusciamo più a farlo? Forse non sentiamo più oltre una certa soglia. Forse, come cantava un poeta, non ci rimane che "qualche svogliata carezza e un po' di tenerezza".


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8 maggio 2008

Un marziano con la faccia da Lotti

 Sei un piccolo marziano. Ho detto ad una mia amica che sembri Lotti, il cartone animato, quello che giocava a golf. Lei dice che non c'entri niente, che quello aveva la faccia quadrata e tu non ce l'hai. Mah, sarà!

Secondo me, sono il tuo il ciuffo e quel sorriso impacciato che mi fanno pensare a Lotti. Però, devo ammettere, sei di una dolcezza disarmante e mi fai ridere. Hai delle sparate che spiazzano. Come ti è saltato in mente di mettermi le dita in bocca e togliermi il chewing gum? Tutta questa intraprendenza? E con quale convinzione e senso del giusto, poi!

La chiave di volta, però, è stata l'applicazione di Cicatrene sulla mia ferita. Una cautela e una premura non comuni. Di contro, le tue battute infelici sono sempre dietro l'angolo e in quelle occasioni si tratta proprio di caduta libera. Ma chissà quanti scivoloni avrò preso anch'io!

Dicevamo marziano. Quasi trent'anni all'anagrafe ma con un volto che non raggiunge neanche i venticinque. Una barba quasi inesistente, un aspetto pressochè infantile. Poi quando meno me lo aspetto mi prendi in braccio e dico "Oddio ce la fa?!" e poi sento che ce la fai e come! Ti barcameni tra un concorso e l'altro, in giro per l'Italia, col rischio di dimenticare una delle mille prove preliminari a cui ti sottoponi e poi non capisco se credi ancora in quel tesserino da Giornalista, conquistato dopo anni di università ed esame di abilitazione. Un blog incentrato sull'odio e poi uno sguardo che tutto sa tranne che di odio. Un'apparente leggerezza, fatta di frasi spesso dissacranti che cozzano poi con l'acutezza e la sensibilità di certe osservazioni. E poi una distanza costante che si annulla solo in certi sprazzi di amabilità inaspettata. A condire il tutto un'allegria di fondo e una spensieratezza malinconica. Non so quanto la mia descrizione rispecchi il tuo reale modo di essere. E' una conoscenza acerba la nostra. Una conoscenza fragilissima, stile compagni di scuola all'inizio dell'anno. Ma con un richiamo che fa presagire qualcosa di interessante.

Spero non si sfaldi troppo in fretta. 


Tutti in campo con Lotti
http://www.youtube.com/watch?v=PaRG8S8Bh8s


4 maggio 2008

Sorprese di fine settimana

Un sabato inaspettato. Una piacevole novità, un sapore nuovo. 
 

Un imbarazzo da liceali, delicato.


 Un sonno ubriaco.


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30 aprile 2008

Beato chi ha avuto la fortuna di viverti

Aspettavo che il parroco dicesse il nome del defunto in chiesa, quasi speravo non fosse il tuo. Ho pensato ancora, nonostante tutto, ad uno scherzo di cattivo gusto. Osservavo step by step i suoi gesti, le sue parole, come se vedessi la scena di un film nel momento cruciale della rivelazione. E poi il tuo nome è arrivato, inesorabile: Ilio.

Volevo viverti, per l'ultima volta, attraverso gli occhi degli altri, coloro che ti hanno conosciuto nella vita di tutti i giorni. Le parole del prete sono state quelle di un uomo che ti ha compreso. Ha fatto un ritratto di te, scevro da ogni qualunquismo. Ha tratteggiato i tuoi silenzi, il tuo rapporto con Dio, le tue passioni e la tua curiosità per la vita. Ha saputo darti verità e rispetto senza sconfinare nel patetico. Ti ha definito "un uomo alla ricerca" e in questa immagine c'è tutto te stesso. Ricercavi i meccanismi di una narrazione, scrutavi la natura, il senso della vita, il gioco di luci in una foto, ascoltavi il vento e ti piaceva essere dondolato dal mare. Amavi definirti "marinaio". Il prete ha parlato del tuo amore per la famiglia e dell'orgoglio per i tuoi figli.

Ero seduta in una delle ultime file. Volevo esserci ma in modo discreto. Ho visto sfilare davanti a me i tuoi familiari come personaggi di un cortometraggio. Ho visto tua madre, quella donnina esile, quella ottantenne che ha avuto la tenacia di resistere a terra, nella sua casa, per tre giorni, dopo una di quelle cadute tipiche dell'età avanzata. Quanto abbiamo riso? L'hai soccorsa tu e lei lì, dolorante ma indistruttibile. Ho visto tua moglie, è bella come dicevi tu. Una bella signora nordica. Discreta e affranta. E poi ho visto tua figlia, alta come te, con i capelli ricci sulle spalle. Il suo sorriso disperato mi ha aperto un mondo. Era come se la conoscessi da sempre.

Il prete si è soffermato su ciò che hai costruito e su ciò che non sei riuscito a completare. Ha parlato di "frutti" della tua presenza e di quelli ne hai lasciati tanti. E delle mancanze chi se ne importa! Ha messo in risalto una parola: Misericordia. "Nessuna parola è più esaltante". Così lui ha detto. Misericordia per un uomo che era innanzi tutto "un uomo", prima di essere un padre e un marito. Forse sapeva.

Te ne sei andato all'improvviso e quello che provo è inspiegabile. Privata di una presenza rassicurante e unica. E so che mi mancherai più domani che oggi. Mi mancherai nei momenti più inaspettati: ogni volta che sarò in libreria, ogni Natale e ogni Capodanno, ogni volta che riceverò un messaggio e saprò per certo che non sarai tu, e ad ogni nuova uscita di Camilleri. Aspettavamo l'inedito, che sarebbe uscito postumo per scelta dello stesso Camilleri, no? Ma tu sei morto prima di lui. Sorrido perché non mi resta altro che ricordarti e lo voglio fare con un sorriso. Ti piaceva il siciliano, la cadenza, la potenza di certe parole, l'acutezza di alcune espressioni e il fare dei siculi. Sostenevi che avevano una marcia in più e non ho mai capito se dicevi sul serio o se era l'ennesima lusinga.

Il tuo funerale è stato una prova intensa. Passarti accanto, per l'ultima volta, è stato lancinante. E sebbene sapessi che c'erano persone di gran lunga più importanti di me, io ero lì, a chiedermi se potevi vedermi e a cercare di capire se avevo fatto la scelta giusta nel venire.

Nessuno si è accorto di nulla. Mi sembrava di recitare la parte dell'amante. Pensa che ironia della sorte! Realtà e finzione si sono fuse come nelle migliori fiction strappalacrime. E tuttora mi chiedo se sto forzando la mano, se sto caricando la nostra conoscenza di certezze che forse non ci sono mai state. Forse è naturale qualche dubbio, quando subisci il confronto con la famiglia vera, quando ti rendi conto che le tue lacrime non possono competere con quelle di una moglie, dei figli, dei parenti vicini. Ti senti piccola, inadeguata a partecipare ad un così gran dolore.

Beato chi ha avuto la fortuna di viverti. Ho subito sì una gran perdita, ma ho avuto il privilegio di averti accanto per un po', in un modo del tutto speciale. E i "frutti" li hai lasciati anche a me. Spero di farne tesoro.


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25 aprile 2008

Una telefonata

Una telefonata, di quelle che segnano. Un 25 Aprile da non dimenticare.
Me l'ha detto tuo figlio, una voce candida, da bravo ragazzo diventato uomo. Composta. Ha detto una di quelle frasi che si dicono sempre: "se n'è andato". Ed io ho pensato di tutto, che scherzasse, che fosse un escamotage come un altro per dare un taglio definitivo a una corrispondenza che dura da troppi anni. Un modo per saperne di più di un numero in rubrica. E invece poi ha detto anche quando sei andato via, mercoledì pomeriggio, "dieci minuti alle sei", proprio così ha detto, quasi fosse un appuntamento annunciato. E invece era un momento trascorso, andato, consumato. Irrimediabilmente scorso. Non ho versato una lacrima, ho ancora tutto il peso raggrumato in pancia che tenta di salire verso il cuore, un dolore trattenuto, incapace di esplodere. Ecco, un dolore sprovveduto. Incapace di credere fino in fondo a una realtà, possibile certo ma difficile da mandar giù per ciò che tu sei stato per me. Ci siamo sentiti qualche giorno fa, mi hai parlato di maieutica, di un "incarico stupendo" (così hai definito quello che volevo "affidarti") e adesso finisce tutto: l'incarico, le telefonate, gli scambi, le emozioni mai provate prima, le paure, i dubbi, il ritrovarsi sempre.

E adesso sì che il dolore filtra, le lacrime manifestano ora il dolore prima condensato, incredulo. Stavolta è finita davvero, senza ripensamenti, né nostalgie. Domani ci sarà il fu-ne-ra-le, non riesco neanche a scriverlo. Domani alle 11 nella Parrocchia Santa Francesca Romana. Tuo figlio, "il cardiologo" mi ha anche invitato a partecipare, pensa. Ma io come faccio? In nome di cosa poi? Mi ha detto come mi hai memorizzato in rubrica: "Giacalone". Sorrido. Hai fatto bene, c'è sempre stato un non so che di formale, di solenne tra noi. E tutto il resto che importa? E' il nostro segreto. Il rispetto profondo, la stima incondizionata, la passione intellettuale che ci ha tenuto in ascolto, per quasi dieci anni? La tua affettuosità tenace, domata, a volte dormiente che straripava d'improvviso? Quel filo di tensione esaltante che concitava tutti i nostri dialoghi?

Sembro la brutta copia di quelle eroine classiche che perdono il proprio uomo. Tu non sei mai stato "mio". Né si può dire ci fosse quello che tutti chiamano amore. Non un contatto. Era una di quelle cosiddette passioni platoniche. Ma proprio in nome di quella passione pura, condivisa, mai consumata, io ti ho amato. Ti ho amato con le tue incertezze, con i tuoi anni, col tuo traboccare di desideri, coi tuoi segreti, con la tua sensibilità. Ti ho amato con la tua fotografia, la tua letteratura e la tua musica classica. Ti ho amato con la tua verve che non ha nulla da invidiare a un trentenne (avrei dovuto dire "aveva"?). Ho amato ogni tua ruga. Nessun bacio. Solo qualche passeggiata, pochi sguardi, tante parole. Chi stabilisce che l'amore per definirsi tale debba presupporre un contatto della carne? Una soddisfazione dei sensi? Io so cosa c'è stato tra di noi e mi sono sentita amata da te come da nessun altro.

Il dolore è diventato adesso consapevole. E arrendevole.

Sono contenta di averti visto finalmente. Nella tua città, Milano. Ti ricorderò sempre. Mi sento in colpa per tante cose, ma adesso è facile giocare ai buoni e ai cattivi. Tu saresti il buono perché non puoi più controbattere alle mie affermazioni ed io sarei la cattiva perché sono colei che resta. E' così che ci hanno insegnato, no? Non voglio né giocare, né fare la buona a tutti i costi. Tu sei stato un gran figlio di buona donna per tutti i motivi che sappiamo ed io sono stata prima sì ingenua, incantata, incuriosita ma poi svezzata, consapevole e, a tratti, carnefice. E questo post rappresenta ancora una volta la mia voglia narcisistica di salutarti. Ti saluto così, volgarizzando ciò che c'è stato tra noi e mettendo a nudo il mio dolore per esorcizzarlo. Ancora una volta, penso a me stessa. E solo dopo a te.

E chiudo con le banalità del caso. Mi mancheranno le tue correzioni, le tue critiche intransigenti, i tuoi silenzi, le tue malinconie, le tue bramosie. La tua intelligenza. Il tuo essere Uomo in tutte le occasioni e la tua capacità di valorizzare una donna. Me. Abbiamo attraversato la vita insieme, per un tratto, parallelamente. Tanti Natale. E tanti Capodanno notturni, al riparo da orecchie indiscrete, nel silenzio che segue la baldoria e i ritrovi familiari. Hai vissuto me, i miei studi, le mie esperienze "sentimentali" per le quali mostravi la tua signorile gelosia. Ho sempre riso di questo. Ora piango perché so che nessuno avrà una capacità di ascolto pari alla tua. Hai vissuto la mia scrittura che è ciò a cui tengo più al mondo e, amando lei, hai amato me.


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20 aprile 2008

Come si fa a piacere alle donne!?

 Un mio amico oggi, candidamente, ha esordito con un'esclamazione-domanda: come si fa a piacere alle donne!? Una domanda che in tantissimi si saranno posti almeno una volta nella vita… e per una volta me lo sono chiesto anch'io. Come fa un uomo a piacermi?

Le modalità sono le più varie e le più illogiche.

Deve farmi stare bene, essere dolce, accondiscendente ma imprevedibile. Stupirmi senza tramortirmi. Educarmi alle cose belle senza imporre il suo pensiero. Lasciarsi andare senza riserve. Essere divertente ma non rasentare il ridicolo. Avere un fisico aitante ma non sfoggiare i muscoli. Un'ironia naturale. Una cultura tale da non apparire mai inadeguato. Una curiosità contagiosa e un amore travolgente per la vita. Un lavoro che ama. Una capacità di capirmi che superi la mia. Un savoir faire in tutte le occasioni. Uno stile, anche quando si incazza. Una sicurezza che basti per due, possibilmente priva di arroganza. Una delicatezza sapiente. Una purezza di sentimenti. Non avere cadute di stile. E soprattutto essere naturale. Ora, vi pare che questi "ingredienti" possano convogliare in una sola persona? E ammesso che esista un Uomo di siffatta specie, il punto è "come siamo noi? Come possiamo pretendere in un uomo un mix di tali pregi, quando noi ne possediamo forse neanche la metà?"

Conquistare una donna, ha ragione il mio amico, non è semplice. Almeno se con "conquistare" intendiamo l'incantarla oltre l'attrazione, sedurla al punto che lei non si stanchi. Se conquistarla poi volesse dire semplicemente togliersi uno sfizio, forse con l'abilità bastarda di un uomo avvezzo a queste pratiche, non sarebbe allora così difficile.

Ma torniamo al punto di vista di noi donne.

Come ci aspettiamo che un uomo agisca?

Se un uomo ci prova subito non va bene perché scatta il meccanismo del "per chi mi ha preso? mi mette le mani addosso, ma chi lo conosce?!". Se uno non ci prova si scatena il vortice delle insicurezze femminili per eccellenza: "non gli piaccio, ma sono così brutta? ho detto qualcosa che non va? e se fosse gay?"

Alla fine forse un uomo, dal canto suo, ha ragione: che deve fare?

Per fortuna, quando scatta il fattore x, quando due semplicemente si piacciono tutti questi discorsi vanno a farsi benedire. Succede e basta. Senza tanti preamboli. Il punto è: quando scatta? E soprattutto: fino a quando non capita di incontrare il mix di cui sopra che per giunta ricambi continueremo a farci tutte queste menate mentali e a parlare del nulla?

Forse sì, quando ci si innamora si agisce di più e si riflette meno. Oggi parliamo così tanto perché forse non ci innamoriamo più.


19 aprile 2008

Inshallah, questa è la fase del mappamondo!

"Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima" diceva Cicerone. La mia attuale stanza è quasi vuota. Ma non mi sento senza anima. Un mio amico qualche tempo fa mi ha detto: "Le idee hanno bisogno di spazio". Non l'ho più dimenticato. Da allora mi piace vedere gli scaffali semivuoti, so che si riempiranno del mio presente. A casa dei miei ho una stanzetta che scoppia di libri, quaderni, riviste e cd. Ogni tanto mia madre, quando ero a casa, mi diceva "perché non butti qualcosa? Tutte queste scartoffie sono così importanti?" Adesso si è rassegnata. Lì ci sono gli anni della scuola, gli anni dei primi racconti, quelli dei diari segreti. Come posso buttarli? I libri scolastici, le mie letture di ragazza, dai romanzetti harmony che mi hanno rovinata ai grandi letterati, da Kafka a Cechov, dai racconti di Carver a Calvino, da Borgese ai reportage di Parise. Tutti i numeri del primo mensile per cui ho scritto e moltissimi numeri di quotidiani, riviste dove ho pubblicato qualcosa. Lì c'è il mio passato a cui sono molto legata, ma qui voglio avere un presente e un futuro e riempire gli scaffali.

Voglio comprare un mappamondo. So già dove metterlo. E una serie di libri. Ieri sono stata alla Feltrinelli e mi sono completamente immersa in tanta scrittura. E' proprio vero, la gente scrive molto più di quanto legge. Ho attraversato secoli di letteratura, balzando da un genere all'altro.

Ho sfogliato le meravigliose edizioni Adelphi, così eleganti e sobrie. L'essenzialità mi ha sempre affascinato, sebbene io sia priva di questa dote. Dal jazz alla musica classica, dal soul e R&b alla musica popolare, passando per una mostra fotografica di Primi Piani, ho preso coscienza di quanto io sia ignorante, nel senso più originario del termine, dal greco gnor-izein "conoscere", attraverso il latino, "ignorare", in-gnarus, colui che non sa. Quando frequentavo il liceo, avevo steso una lista di tutti quei libri che avrei voluto leggere nella mia vita. Ne avrò letto sì e no un quarto e le motivazioni sono quelle più diffuse e scontate: mancanza di tempo, fasi della vita, libri-novità che fanno lo sgambetto a quelli in progetto, esigenze di studio e lavoro che conducono a leggere altro. Ricordo anche com'ero ansiosa di leggere chissà quanti testi e autori, per me irrinunciabili, pensavo che dormire fosse una gran perdita di tempo. Poi, lo stesso amico de "Le idee hanno bisogno di spazio", una volta mi ha detto "anch'io ero come te anni fa, poi mi sono accorto di quanti testi ci siano, non basterebbe una vita intera a leggerli tutti, avremo sempre da scegliere, selezionare ciò che più ci piace, ma non è un limite, è invece una potenzialità, pensiamo ai libri come ad una risorsa infinita, andiamo alla ricerca di ciò che pensiamo di aver bisogno e ci sarà sempre un libro per noi". Sembrava sereno e soddisfatto ed io per un po' ho acquisito la stessa leggerezza del leggere. Ma ieri, in libreria, è successo quello che succede ad ogni lettore innamorato dei libri, delle parole, del pensiero dell'Uomo: un'acquolina in bocca che ti prende all'entrata e un'ingordigia insoddisfatta che ti lascia all'uscita.

Questa è la fase della lettura, più che della produzione. L'abbiamo capito. Il problema è molto più complesso di ciò che sembra. Il desiderio non riguarda solo le letture ma la musica, la filmografia, atmosfere sconosciute nelle sfaccettature più varie. Dopo la visione de Il cacciatore di aquiloni, ho letto il libro, ho cominciato ad ascoltare musica afgana, martedì rivedrò il film in lingua originale (con indispensabili sottotitoli in italiano) e vorrei leggere e vedere altro che riguarda questo paese. Ho scoperto finalmente cosa vuol dire Inshallah (magari lo sapevate tutti, ma io lo so solo adesso!), significa "a Dio volendo", quindi corrisponderebbe al nostro "Se Dio vuole". E' una sorta di intercalare.
Inshallah domani ci vediamo, Inshallah vado al mercato, Inshallah stasera torno a casa.
Per noi occidendali vuol dire forse, per loro spesso significa no, a volte mai.

Insomma, la nostra vita è fatta di fasi, dicevamo no? Questa è la fase del nutrimento. Di letteratura, di musica, di atmosfere inesplorate. Ed è la fase del mappamondo, Inshallah.


17 aprile 2008

Riflessione...

Le persone che dicono solo quello che pensano veramente credono che tutti facciano come loro.




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13 aprile 2008

Pillole di cambiamenti

Un tempo andare bene a scuola era un vanto. Leggere il tema del genio di turno era un modo per valorizzare il suo lavoro. Era dare un esempio. Oggi no. Prendere a modello il quaderno di una studentessa e mostrarlo alla classe per far vedere come l'insegnante vuole si svolgano i compiti assegnati è condannare la brava studentessa ad essere "derisa a vita" dai compagni (almeno fino al diploma). E il genitore in riunione scuola-famiglie, impersonando finto imbarazzo per l'estro intellettuale della propria creatura, chiede "pubblicamente" all'insegnante di complimentarsi col figlio "privatamente" per non far sentire il ragazzo diverso dagli altri. Ma ben venga la diversità, no? Una volta il punto d'arrivo per uno studente era distinguersi. Ora bisogna che tutti siano uguali, che tutti si assomiglino almeno. E quello che era un modello è oggi candidato al premio dell'illogicità e per questo guardato come un marziano. Non parliamo poi di evidenziare le manchevolezze o illustrare in classe gli errori di qualche alunno per poi correggerli. Quello è oggi mortificarli, schernirli, addirittura disprezzarli. E la strada per lo psicologo è presto tracciata. Una volta invece voleva dire temprarli, fissare quegli errori per non ripeterli più. E davvero si imparava. Un tempo c'era meno confusione. L'insegnante era l'insegnante, il genitore era il genitore e lo studente studente. Ognuno con le competenze, i limiti e l'umanità di cui era portatore svolgeva il proprio ruolo come poteva. Poche volte questi ruoli erano sottoposti a pubblico giudizio. Oggi no. Lo studente valuta, interpreta, giudica, pretende. Il genitore consiglia agli insegnanti i metodi, come prendere il proprio figlio, dà le dritte (!?!), accampa giustificazioni per tutto e solo poche volte ascolta. L'insegnante sopravvive e si barcamena tra leggi, obiettivi da raggiungere, programmazione, psicologi, educatori, famiglie allo sfascio, proprie frustrazioni.
Un tempo le "parolacce" erano bandite, almeno in classe, durante le lezioni. Oggi infarciscono e scandiscono ogni momento dell'attività didattica e se l'insegnante ricorre ad ovvi ammonimenti viene tacciato di non essere all'avanguardia e di non andare "oltre". Se un insegnante dopo una giornata da dimenticare pronuncia "mezza" parolaccia… eh no!! Bisogna dare il buon esempio. Certo! tutto fila, no?
Un tempo si mangiava durante la ricreazione. Ora non solo durante la ricreazione.
Un tempo essere sospesi era una vergogna. Oggi si fa il computo delle note e alcuni fanno a gara a chi ne riceve di più.
Un tempo se un'insegnante raccontava al padre di qualche performance negativa del figlio, il padre dava un bel ceffone in pieno viso al ragazzo e, mortificato, salutava la professoressa. Oggi è già tanto che un'insegnante rimanga indenne.
Un tempo si diceva Professore e Professoressa, oggi solo Prof.
Un tempo il voto era ad insindacabile giudizio dell'insegnante. Oggi non è più insindacabile.
Un tempo il 10 non era contemplato e quando accadeva ne parlava tutto l'istituto. Oggi il tormentone è: "Quando mette 10?"
Un tempo tutti facevano religione. Oggi non fanno religione neanche coloro i cui genitori hanno dato il consenso.
Un tempo fare una ricerca voleva dire impararla. Oggi solo scaricarla.
Un tempo c'era un quaderno per ogni disciplina, oggi un raccoglitore ad anelli per tutto.
Un tempo i ragazzi erano sensibili. Oggi sono sensibili e suscettibili.
Un tempo, quel tempo di cui io parlo, non è poi così lontano. Com'è possibile che tutto sia cambiato nell'arco di neanche una generazione?


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10 aprile 2008

Il mio senso della vita...


Continua a piovere. Non ha smesso un minuto da stamattina. Ascolto musica francese e leggo Pennac e penso a cosa vorrei per essere più felice. Sabato ho trascorso una bellissima giornata, all'insegna della spensieratezza e per alcune ore mi sono resa conto che c'è troppo rumore e che le cose che contano sono davvero poche, anche se ogni giorno tutto ci sembra indispensabile e irrimandabile. A scuola abbiamo parlato, un po' per caso, su suggerimento di un'allieva, del cosiddetto "senso della vita". Ognuno di loro ha provato a scribacchiare qualcosa e leggendo "i sensi" della vita di alcuni ragazzini mi sono chiesta quale fosse il mio. Un interrogativo forse banale e inutile. Dopo Maria De Filippi con Amici e Uomini e donne e Alessia Marcuzzi con il Grande Fratello ora ci si mette anche Bonolis con Il senso della vita e con la sua goccia nel mare ad angosciare le nuove generazioni e non solo quelle (Sigh!). Ad ogni modo, il mio senso della vita…

Credo lo si capisca vivendo, ognuno cerca il proprio e lo rincorre, giorno dopo giorno, anche inconsapevolmente a volte, soltanto in certi attimi lo intravede. Quando lo riconosce e se ne appropria, deve ritenersi baciato dalla sorte perché è una grande combinazione. E quando ciò avviene vorrebbe che il tempo si fermasse perché all'improvviso sente che tutto ha finalmente un senso.

Credo anche che il senso della vita si manifesti quando vengono toccate certe corde. All'improvviso tutto può essere armonico, avere un valore, un'essenza meravigliosa e inspiegabile contro le sproporzioni e le stonature della vita. Sabato ho capito che mangiare un gelato al Duomo, magari con la persona giusta al momento giusto, è già dare un senso alla propria esistenza. Conoscersi, concedere una parte dei nostri pensieri esclusivi, donare una parte di noi, magari la più vera e la più carnale, condividere, senza centellinare ogni gesto ed emozione… mi sembra già un bel modo di percepire il senso di tutto.


30 marzo 2008

Il sole di Milano

 Stamattina il sole di Milano aveva qualcosa di familiare. Tiepido, sorridente, per niente avaro di raggi. E per la prima volta mi è mancato il mare.

Una domenica, tuttavia, all'insegna dei colori e del calore. Ho inaugurato le lenzuola nuove per il mio letto ad una piazza e mezzo. Arancioni e gialli zafferano come sono, fanno pendant con i mobili della mia stanza, color noce pallido. L'aria frizzante milanese poi era meno pungente del solito. Una bella passeggiata al parco era quello che ci sarebbe voluto. Ma passo da settimane mondane a giornate chiusa in casa per deliberare e questo weekend è stato dedicato alla seconda fase. Sono stata benissimo e una sana solitudine è servita a ricaricarmi. Ho cucinato deliziose farfallette con panna e prosciutto. Fatto il bucato e cambiato le lenzuola. Spento la tv. Ascoltato Fiorellino giramondo e piastrato i capelli. Aggiornato il blog con qualche notiziola. Le nuvole di bagnoschiuma hanno poi idratato il mio corpo e, a casa, l'atmosfera cordiale con coinquilina e ragazzo ha fatto da sfondo a tutto quanto. Oggi posso dire di essere stata davvero spensierata. Per una come me che pensa più di quanto respira, la giornata ha avuto un valore decisamente depurativo.

Una mongolfiera di baci a tutti.


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26 marzo 2008

Dalla rotella del trolley a Luciano Rispoli

Bisogna capire. O mi porto sfiga da sola o c'è una congiura contro di me. Arrivo a Milano e aspetto in aeroporto la valigia. Mentre il nastro porta-bagagli scorre, ripenso al mio arrivo a Trapani, una settimana fa, e con un sorriso diffidente esclamo tra me "T'immagini non mi arriva?"

La realtà supera, come spesso avviene, l'immaginazione e così la valigia non è arrivata neanche stavolta. La sorte, però, è stata meno beffarda rispetto a mercoledì scorso. Oggi eravamo in tre a non avere il nostro bagaglio. Non che cambi molto nella sostanza dei fatti, ma almeno condividi.

Guardo all'orizzonte il cartello LOST AND FOUND e non posso che dirigermi e fare la solita procedura. "Le arriverà direttamente a casa" mi rassicura l'hostess. "Spero che stavolta arrivi ad un orario più decente" ribatto io, anche se con rassegnazione. "Ma certo signorina, il corriere la avvertirà in tempo utile e le verrà recapitata direttamente a casa", continua lei col tono suadente ed al contempo energico che ricorda quelle venditrici di oggetti casalinghi nelle tv locali che ti devono piazzare per forza l'articolo mostrandotelo come indispensabile. Vorrei ricordare alla hostess "tutta sorrisi" che l'ultima volta il bagaglio è arrivato alle 6 del mattino e che non c'è stato alcun avviso se non un secondo prima che il corriere suonasse. Ma preferisco lasciar perdere. Alla fine che colpa ha lei?

Potrei continuare con altri piccoli ma numerosi aneddoti che hanno farcito il mio viaggio di ritorno a Milano, ma sono stanca e annoiata. Diciamo solo che come passeggeri neanche stavolta ho avuto molta fortuna: da Trapani a Bari ho beccato uno a cui puzzava il fiato e che non smetteva di parlare, sebbene io fossi imperterrita a leggere il mio libro. Da Bari a Milano, invece, ho "incocciato" due medici che si recavano ad un congresso. Ne hanno dette di tutti i colori ed è meglio non ricordare se voglio preservare la mia fiducia nella sanità. In tutto ciò il medico accanto a me aveva la voce di Luciano Rispoli e mi ha martellato il cervello per tutto il viaggio. Ultima chicca ma non ultima per importanza: lo steward chiude gli scompartimenti sopra le nostre teste e durante la chiusura precipita un aggeggio che mi colpisce alla testa. Accorgimenti dello steward "signorina, tutto ok? Si è fatta male?" ed io, tra il serio e il faceto, accenno una domanda "No, nulla, solo una curiosità, ma CO-SA è caduto? Mi abbasso e mi rendo conto di avere tra le mani una rotella e il punto interrogativo cresce a dismisura. Poi lo steward chiarisce ogni dubbio "è la rotella del trolley". "Ahhhh! - ho detto io- ora è tutto più chiaro! ??? Lo so che sono una rompipalle ma mi chiedo "solitamente una rotella del trolley dà forfait mentre ruota per terra, magari perché becca un ostacolo, o perché si rovina per qualsiasi altro motivo ma non si distacca certo dalla valigia mentre questa è immobile e soprattutto mentre è sullo scomparto perpendicolare alla mia postazione. Superfluo dire che il trolley non era mio.

Oltre al danno, la beffa. Quando prendo il secondo aereo lo steward mi riconosce e, restringendo gli occhi, ha l'ardire di chiedere "E' lei la ragazza della rotella di poco fa?" Non gradendo il mio silenzio-assenso incalza sornione "ha perso la memoria per il colpo?" ed io riacquistando un po' di volontà rispondo banalmente "a volte è preferibile dimenticare!" e raggiungo la mia postazione sperando in uno scomparto senza trolley.

A parte la valigia, l'alito fetido del vicino, la voce di Luciano Rispoli nel cervello e la rotella del trolley in testa, per il resto tutto ok. Non è finito il carburante, mentre ero in volo, (come aveva preannunciato alcuni anni fa un pilota creando naturale allarmismo), non c'è stato un ritardo eccessivo, non s'è messo a piovere e, a parte una decina di vuoti d'aria seguiti da urletti di bimbi isterici, il volo è stato tranquillo. In compenso, appena arrivata a casa, mi chiama mia sorella al cellulare e, con l'avventatezza che mi contraddistingue, mi imbatto nella presa del lume che dal comodino cade a terra frantumandosi. Raccolgo i cocci di vetro digrignando i denti, ma poi ancora una volta dico "sono cose che possono succedere, no?"



 

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