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2 luglio 2012

La tratta dei “mi piace” e dei “follower”

Una tendenza in voga, non solo tra le aziende, ma anche tra i singoli utenti che vogliono apparire sempre più ‘seguiti’. Se fino ad alcuni anni fa era “cool” avere un profilo Facebook o un account Twitter, oggi l’imperativo è la “quantità”. “Quanti contatti? Quanti amici? Quante visualizzazioni, quanti commenti, quanti mi piace?”. E mentre la maggioranza degli utenti afferma di disinteressarsi di tale frivolezze, proliferano le aziende che vendono fans, follower, commenti e mi piace.

Basta fare un giro in rete. Su eBay, pacchetti di 1000 visualizzazioni a 12,90€, 100 iscritti a 19,90€ e 5 commenti a ben 5,90€. Un esempio di Fans Marketing è costituito proprio da www.fbfans.it  100 fan di Facebook ogni mese, alla modica cifra di 23 euro, 250 fan a 59 euro e per 500 bisognerà sborsare 110 euro fino ad arrivare a 599 euro per 3000 fan. Per 5000 fan, in 7 giorni, si sfiorano i mille euro.

Dunque massa, numeri.  I fan profilati, per fasce d’età, o attraverso altri filtri, hanno un prezzo maggiorato. Un altro esempio è rappresentato da Magicviral (http://www.magicviral.com ). Uno degli annunci che campeggia sull’Home Page del sito: “Potenzia la tua pagina Twitter con pacchetti da 500 fino a 10,000 Follower 100% Italiani. Acquista inoltre retweet delle tue notizie su Twitter, fondamentali per la diffusione capillare delle tue notizie”. E se non si vuole investire in denaro, lo si può fare in click e tempo, attraverso un sistema a punti. Addmefast (www.addmefast.com ) ne è un esempio, è un servizio di social marketing. Basta registrarsi e accumulare punti, mettendo ‘mi piace’ in altre pagine Facebook, ogni utente accumulerà un tot di punti e sarà a sua volta più seguito. Un meccanismo che può generare un traffico significativo di utenti che vedono aumentare i follower sul proprio profilo Twitter, gli iscritti e le visualizzazioni sul canale youtube, i contatti nelle cerchie di Google+. Per i dettagli, si rimanda al sito www.addmefast.com .

Insomma, la credibilità di un profilo o il successo di un brand sembrerebbe direttamente proporzionale al numero di follower. Del resto, è ciò a cui la televisione degli ultimi anni ha abituato la massa. Basti pensare all’Auditel nella programmazione degli spettacoli televisivi. Il successo e la continuità di un programma sono dipendenti da uno share sufficientemente alto che ne giustifichi la visione. Il programma ‘funziona’ se seduce lo spettatore, se lo conquista fino a – talvolta – ‘manipolarlo’. Uno share basso è il preludio alla cancellazione dal palinsesto. Dalla tv al web, dall’audience al numero di contatti, il passo è breve. La vendita di contatti, secondo molti blogger e webmaster, tuttavia è roba vecchia e ritengono più efficace il “world of mouth”, il passaparola, che non si compra certo a stock. Per essere nel social business, bisogna “essere” social business, dunque pubblicare, commentare, movimentare, esserci insomma.

In rete, il dibattito è aperto: c’è chi inorridisce all’idea della compravendita (“Posso capirlo per un’azienda, ma se una persona comune fa una cosa simile dev’essere davvero triste”) e chi la reputa la nuova frontiera del marketing (“Non vedo nulla di male in questa tipologia di servizi, è semplicemente un ulteriore investimento economico che un’azienda decide di fare per incrementare la propria attività on-line”). Un utente si spinge a un parallelo con la tv: “comprendo che sia una cosa eticamente sbagliata, ma è una cosa che si è sempre fatta. Nei reality in Tv, i genitori dei concorrenti investono soldi per pagare dei call center in modo da non far uscire il proprio figlio dalla casa/isola/fattoria/quellochetipare”. (http://ilgxblog.blogspot.it/2012/03/vendita-di-follower-che-novita.html ). La pratica è seguita anche da personaggi che vantano già un discreto successo di pubblico. Rihanna fu accusata di acquistare follower su Twitter per superare Lady Gaga che stava diventando la regina incontrastata dei social network.

I politici, poi, sono i primi a investire energie sia su Facebook che su Twitter. Resta il dubbio se anche loro acquistino consensi a pagamento o se sia frutto degli elettori, amici, parenti, simpatizzanti. Stando ai numeri, il podio è stato occupato per mesi da Nichi Vendola, tra i politici più seguiti d’Europa, con oltre 500mila ‘mi piace’ e 188mila follower. A seguire, su Facebook, l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Molto attivi anche Matteo Renzi, Luigi De Magistris e Antonio Di Pietro. L’ex-sindaco di Milano, Letizia Moratti, fu scoperta durante la campagna elettorale ad acquistare fan su Facebook e follower su Twitter. C’è poi il punto di vista di chi lavora con la creazione e la fidelizzazione dei contatti: “chi conosce un minimo le problematiche dei webmaster sa perfettamente che il problema più grande è la targettizzazione, ovvero arrivare dritti all’utente finale, oggetto della mission dei nostri contenuti”.

Un addetto ai lavori spiega nel dettaglio il servizio: “Il nostro sistema di ‘consegna’ dei fan su Facebook è molto rapido poiché disponiamo di un partener di collaboratori (tutti utenti reali), iscritti al nostro circuito e che vengono pagati per ogni click sui link che gli vengono consigliati. In questo modo, quando facciamo girare l’informativa interna che indica una richiesta da parte di un cliente (per esempio 100.000 fan) riconosciamo il pagamento solo per i primi 100.000 nostri collaboratori che cliccano ‘mi piace’. E’ con questo sistema che garantiamo rapidità nella consegna dei nostri servizi”. Semplice e veloce, dunque. Basta pagare e si vedrà lievitare il numero di fan.

I clienti, pronti a sborsare somme non indifferenti, pare siano agenzie pubblicitarie che realizzano video per conto terzi acquistando visualizzazioni, commenti e ranking. Ci sono poi musicisti e videomaker privati che, prima di presentare il proprio prodotto a etichette discografiche, incentivano il loro video con visualizzazioni e ranking di gradimento positivi. Non sono esclusi nemmeno i grossi marchi che, certi di raggiungere in breve tempo un numero elevato di fan della propria pagina, prima di promuoverla ufficialmente, ne aumentano artificialmente gli iscritti.

L’idea generale – ed inquietantemente dominante – è dunque che un account con molti follower sia popolare e garante di qualità, quindi degno di attenzione. Ciò può indurre tanti, e non solo aziende, agenzie e volti noti, a comprare pacchetti di follower senza che si seguano, a loro volta, altri utenti e si crei quella comunicazione che dovrebbe essere alla base dell’essere ‘social’. Da lì, il passo successivo è la classificazione, l’applicazione dunque di filtri, a seconda del target a cui si vuole puntare, secondo età, tipologia di lavoro, provenienza geografica, livello di istruzione, interessi. Il tutto viene percepito dalla maggioranza, secondo una logica di marketing e promozione professionale.

Ma la faccenda dei follower è solo una piccola manifestazione di un “crimine invisibile” che investe la rete e dunque anche i social network. Basti pensare al piano diabolico di Adolf Hitler, ancora oggetto di indagini e di discussioni da parte degli storici. Il piano fu realizzato grazie all’alleanza tra il Terzo Reich e la società di elettronica IBM, che offrì una preziosa cooperazione attraverso le sue filiali tedesche. “La IBM – scrive Michele Altamura, fondatore della Etleboro ONG e analista per i Balcani – contribuì, con le sue tecnologie, all’individuazione e alla catalogazione della popolazione ebrea in Europa, negli anni compresi tra il 1933 e il 1940. Naturalmente, in quegli anni, non esistevano gli elaboratori (gli attuali computer), ma esisteva la tecnologia “punch card” dell’Hollerith Systems di IBM, un sistema cibernetico che attribuiva un numero di serie ad ogni individuo mediante dei codici: le macchine IBM, affittate a costi elevatissimi, crearono miliardi di matrici (schede perforate). Grazie ad esse, Hitler riuscì ad ‘automatizzare’ la ricerca del popolo ebreo, analizzando registri anagrafici, censimenti e banche dati di tutti i Paesi europei, con una velocità e precisione a dir poco impressionante, che gli storici ancora oggi non riescono a spiegare. Ciò che fu sperimentato dal regime nazista di Hitler – continua Michele Altamura – viene oggi attuato dal Governo degli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla Russia che, utilizzando la guerra al terrorismo, impiega la biometria per individuare, classificare e monitorare la popolazione e le sue risorse (http://etleboro.it/read.php?id=17000). Senza insinuarsi ulteriormente in meccanismi complessi da decifrare fino in fondo e tornando alla questione della compravendita dei ‘mi piace’ e dei  follower, da cui si è partiti, il dubbio che resta è uno.

Se comprare contatti e consensi non è reato, se non lo è accumulare punti in cambio di visibilità, se è legittimo perseguire l’obiettivo di avere sempre e comunque più contatti e crescere esponenzialmente nella rete, nel momento in cui il numero massiccio di fan, amici (veri/comprati) non corrispondesse alla reale fruizione dei contenuti per i quali gli account sono presenti, se non commentassero e apprezzassero davvero i post e i prodotti per cui l’acquirente ha investito certe somme, sarebbe altrettanto edificante vantare 5000 amici su Facebook o esibire migliaia di commenti sui canali youtube? La risposta potrebbe sfociare nella vecchia questione – di pirandelliana memoria e sempre attualissima – della cultura dell’essere o dell’apparire. Resta il fatto che chi non ricorre all’acquisto di consensi ma li accumula spontaneamente, scrivendo tweet interessanti, unici, “socializzando” il più possibile, interagendo con il proprio audience, mettendosi in discussione, creando dibattiti produttivi, potrà contare su persone realmente interessate, con cui interagire e grazie alle quali migliorare il proprio brand o la propria professionalità. Chi avrà acquistato stock di account, non distinguerà più i contatti veri da quelli fittizi.

Stabilire la veridicità, pare, non sia un cruccio per certi acquirenti. Se, come scriveva Leonardo Da Vinci, “Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far credere al mondo di esser già famoso”,  gli aspiranti tali hanno già la tavola imbandita, basta solo pagare il conto e servirsi. A tutti gli altri, non resta che decidere se mangiare alla stessa tavola.

di Elisa Giacalone

http://www.massacritica.eu/la-tratta-dei-mi-piace-e-dei-follower/1454/


23 aprile 2012

Le Persone Libro sono lettori speciali, vagabondi all'esterno, biblioteche dentro

Chi ve lo fa fare? Questo è l’interrogativo più frequente che viene rivolto alle Persone Libro. La risposta il più delle volte è immediata: l’amore per la parola e la lettura. La reazione dell’interlocutore a quel punto è un misto di diffidenza e apprezzamento e, puntuale, arriva la chiosa “io non riuscirei mai a imparare a memoria tutte quelle pagine e poi non ho proprio il tempo per farlo”. Eppure, anno dopo anno, seppur lentamente, le Persone Libro aumentano, vengono create nuove ‘cellule’ in giro per l’Italia e si rafforzano quelle esistenti.

Le Persone Libro sono lettori speciali. Nascono da un’idea, portata avanti dall’Associazione Donne di Carta, portavoce in Italia del Proyecto Fahrenheit 451 (las personas-libro) di Madrid, fondato da Antonio Rodriguez Menendez (in memoria del libro di Ray Bradbury del 1951, diventato poi, nel 1966, un film di François Truffaut). "A migliaia, sulle autostrade, lungo le ferrovie abbandonate, vagabondi all'esterno, biblioteche dentro", scriveva Ray Bradbury in Fahrenheit 451, uno dei più potenti e profetici romanzi di fantascienza di tutti i tempi. Erano gli anni cinquanta.
Il film racconta come in un improbabile futuro – sempre meno improbabile, ahinoi – la legge vieti la lettura di libri che, per questo, vengono perseguiti e bruciati. Montag (Oskar Werner) fa parte di una squadra addetta all’incenerimento dei libri fuorilegge, ma la sua vita giunge ad un bivio quando incontra una professoressa ribelle che legge e colleziona libri. Improvvisamente Montag diventa un fuggitivo, costretto a scegliere non solo tra due donne (la moglie Linda, conformista, e Clarisse, la lettrice ribelle) ma fra la propria vita e la libertà intellettuale. Ciò che emerge dal film - trama a parte – è il valore della memoria. Quella che nessuna squadra speciale potrà incenerire e che spinge i protagonisti del film a imparare a memoria i libri che leggono, in modo da portarli sempre con sé. Diventano dunque Persone Libro e tramandano i testi ‘dicendoli’ l’uno all’altro.
L'Associazione Donne di carta (“Per un’editoria eco-sostenibile”) parte proprio da questa condivisione. La cooperazione, nata nel 2008, tra diversi addetti al lavoro editoriale ha l'obiettivo di promuovere la lettura, al di là del mercato, del conformismo culturale, dell’omologazione imperante. Sono quattro le donne che hanno fondato l’associazione e hanno messo in gioco la loro professionalità: la presidente Sandra Giuliani, editore (Il Caso e il Vento), Rosanna Romano, titolare di una libreria Mondadori a Roma, Monica Maggi, giornalista, e Stefania Molajoni, consigliere e responsabile della ‘cellula’ delle Persone Libro di Roma. Attualmente, l’associazione promuove in Europa la Carta dei Diritti della Lettura. "Leggere è un Diritto della persona senza distinzione di età, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e di stati di salute". Questo è solo uno degli articoli che compone la Carta. Dunque lettura, condivisione, promozione.
Ma cosa fa praticamente una persona libro? Impara a memoria brani, capitoli, anche brevi citazioni e li riporta per condividerne la bellezza e lo fa nelle biblioteche, nelle piazze, nelle scuole, nelle fiere, nelle case anche. Ma non è solo questo. Essere una persona libro non vuol dire solamente imparare a memoria stralci di un testo. Intimità. E’ questa la parola magica, tutta da scoprire, di questo progetto. Le Persone Libro non sono attori e non vogliono esserlo, si mettono in gioco ogni volta che scelgono i passi del testo e decidono di condividerli con gli altri, donando anche, nel loro dire, qualcosa di sé. Lo sforzo, anche l’imbarazzo talvolta, nel pronunciare quelle parole è il più grande dono che si fa a coloro che ascoltano e naturalmente anche a se stessi. E’ il recupero dell’oralità, della relazione autentica, dell’ascolto, dello sguardo. “Una forma di resistenza all’analfabetismo culturale e sociale”, così definiscono il progetto le militanti dell’attività. Come riporta un altro degli articoli che compone la Carta, "leggere, scrivere e far di conto restano beni dei quali si avvantaggia l'intera vita sociale e devono essere appannaggio di ogni cittadino, pertanto è un dovere sociale concorrere alla lotta contro l'analfabetismo, primario e di ritorno, e le condizioni che lo rendono radicato, diffuso e sommerso".
Le centinaia di iniziative delle Persone Libro, in giro per l’Italia – il raduno nazionale è stato lo scorso ottobre a Empoli - hanno incuriosito, oltre tanti lettori, anche alcuni mass media: La Stampa, il Corriere della sera, Il Fatto Quotidiano, Radio Montecarlo, la Radiotelevisione Svizzera, anche la tv messicana. Tra i tantissimi sostenitori, la cantautrice Paola Turci e la scrittrice Michela Murgia. Un movimento trasversale, dunque, che affascina e che pare espandersi, con discrezione. Una voce detta, mai urlata, cadenzata dal respiro di ognuna delle Persone Libro.

Elisa Giacalone


11 dicembre 2011

Video intervista a Rosy Bindi "Il governo Monti non ce lo ha imposto nessuno. Se il PD avesse deciso di andare subito alle elezioni saremmo andati alle elezioni"

http://www.youtube.com/watch?v=x-YVrqCRfHM

Siamo in compagnia di Rosy Bindi, Presidente dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico.

Lei ha cominciato a far politica nell’89, in Toscana, con la Democrazia cristiana. Come immaginava sarebbe diventata l’Italia oltre vent’anni dopo?

Forse avrei sperato in qualcosa di meglio, come tutti quanti credo. L’89 è un anno memorabile nella storia dell’Europa e soprattutto nella storia del nostro Paese. Il crollo del muro di Berlino ha provocato grandi cambiamenti nella vita politica italiana. Quando io ho cominciato a far politica c’era sì la Democrazia cristiana ma soprattutto non c’era ancora Berlusconi. Io scommettevo sul rinnovamento della Dc, non certo sulla fine della Democrazia cristiana che si verificò non solo perché ci fu Tangentopoli ma anche perché la Dc, dopo la morte di Moro, aveva un po’ perso la sua possibilità di interpretare davvero una sintesi tra i suoi valori ispiratori e la politica di un Paese che era profondamente cambiato. Aveva governato per troppo tempo forse quel partito. Il fallimento del progetto Moroteo – che era appunto quello dell’alternanza con la sinistra e l’aveva condannata a governare ancora qualche anno – determinò la fine ingloriosa di questa storia. Non avrei mai previsto che la fine di questo partito avrebbe coinciso con l’entrata in politica di un imprenditore come Silvio Berlusconi, protagonista in quegli anni come imprenditore televisivo e fruitore di una certa politica che era quella craxiana degli anni Ottanta, e che fosse proprio lui a determinare il ciclo di questi anni nella vita del nostro Paese. Così come in quegli anni non prevedevo certo che la mia tradizione culturale politica avrebbe finito per unirsi alla storia culturale della sinistra in una nuova formazione politica quale quella del Partito democratico ma che prima è stata preparata con l’Ulivo. Formazione che non è nata per ostacolare Berlusconi,  come qualcuno dice, ma proprio perché c’è stato un incontro tra quei valori che in quegli anni sembravano antitetici e che invece nel nostro Paese si sono uniti, per l’evoluzione che ha fatto la sinistra e anche per rispondere alle attese del nostro tempo che hanno richiesto l’unità delle forze popolari, democratiche e riformiste.

Prolungamento dell’età pensionabile. Quarant’anni di contributi per poter andare in pensione: quanto inciderà nella vita del singolo cittadino e nella comunità nel suo insieme?

Indubbiamente il tempo dell’età lavorativa oggi non può non essere più ampio di quello delle generazioni precedenti. Il motivo è il ritardo dell’entrata nel mondo del lavoro, un allungamento delle aspettative di vita e della vita stessa, l’età media italiana è molto alta.

Quindi lo ritiene giusto?

Sì, ritengo giusto che questi siano gli anni di lavoro e di contribuzione. Ritengo però che insieme a questo dato dovremmo intervenire con politiche di welfare e con una organizzazione della società molto diversa rispetto a quella che ci siamo costruiti con un’età pensionabile inferiore a quella che si prospetta. Pensiamo soprattutto alle donne: in Italia le donne andavano in pensione molto prima degli uomini anche perché avevano da svolgere un lavoro di cura in famiglia. Quindi, ciò che è necessario è rispettare i tempi di lavoro e di pensione ma è soprattutto indispensabile prevedere che l’entrata nel mondo del lavoro dei giovani sia adeguata alle esigenze e non mortificata com’è oggi, che il precariato venga combattuto e che intorno alle famiglie ci sia un welfare davvero capace di prendersi cura delle persone.

Governo Monti.  I sostenitori di questo governo non sono solo gli antiberlusconiani, ma anche coloro che non vedevano nel vostro partito una valida alternativa. Siete in una posizione molto delicata: dare una risposta agli antiberlusconiani ma anche a chi non aveva e non ha tuttora fiducia nel PD.

Il governo Monti è un governo che noi abbiamo voluto. Non ce lo ha imposto nessuno. Se il Partito democratico avesse deciso di andare subito alle elezioni saremmo andati subito alle elezioni. Non è il nostro governo, né d’altra parte lo sosteniamo in una coalizione politica. Questo è un governo sostenuto da politiche che non sono tra di loro in alleanza e che alle elezioni si combatteranno politicamente. Noi non abbiamo nessun imbarazzo a sostenerlo però al tempo stesso lo sosteniamo con le ‘nostre’ idee e chiediamo a questo governo di fare scelte eque in questo momento del Paese.

Il governo Monti arriverà a fine legislatura?

Penso di sì.

E ce lo auguriamo tutti. Arrivederci.

Arrivederci.


29 novembre 2011

ICT. Intervista a Fiorello Cortiana, promotore di Wikitalia, una «mobilitazione dell’intelligenza collettiva»

http://www.youtube.com/watch?v=lc7XR_sYvOc

Siamo con Fiorello Cortiana, impegnato da anni nella società della conoscenza e nel settore ICT (Information and Communication Technology) e promotore di Wikitalia, una sorta di «mobilitazione dell’intelligenza collettiva».
 

Quando e come nasce il progetto? Soprattutto, cosa si propone?

Wikitalia nasce dalla constatazione dell’ignoranza digitale che pervade la classe dirigente parlamentare governativa. Tutta l’economia della conoscenza – che oggi attraversa sia settori maturi dell’industria ma anche i settori nuovi dei servizi della conoscenza – ha bisogno di una politica pubblica adeguata per vivere appieno le opportunità della globalizzazione per non declinarla come minaccia da ridurre ma come opportunità da cogliere.
Ricordiamo un paio di passaggi dello statuto di Wikitalia (www.wikitalia.it). Interessare l’agenda pubblica con una serie di proposte concrete relative all’Innovazione. Quella che è già stata messa in atto è quella sull’Open Data, quindi sull’accesso ai dati delle amministrazioni e il governo con il ministro Brunetta ha già fatto un’uscita in questo senso. Io non so quanto si tradurrà nella pratica ma mi sembra già significativo per ciò che si è prefissa Wikitalia. Decine di amministrazioni locali hanno aderito al progetto di Open Data e speriamo poi anche di Open Government, quindi di partecipazione pubblica informata in processi deliberativi.

C’è chi propone in rete elezioni via web, in quanto più facili e veloci. Quanto è realizzabile in tempi brevi una proposta del genere?

La tecnologia per farle c’è. Io avevo fermato la sperimentazione che si voleva fare nel 2006 perché era fatta senza sicurezza e senza accesso al codice sorgente e quindi potevano esserci delle porte posteriori che potevano dar luogo a manipolazioni. Utilizzando programmi a codice sorgente aperto e una serie di garanzie per la gestione è possibile non correre questo rischio. Io ero andato all’ambasciata americana per documentarmi sul caso di cui era stato vittima Al Gore che sarebbe stato presidente degli Stati Uniti, invece di Bush, e ne avrebbe guadagnato tutto il mondo.
 

Tu hai parlato spesso della rete come uno «spazio virale» piuttosto che come spazio virtuale.

Io non credo che la rete sia un elemento compensativo delle frustrazioni sessuali o compulsivo dello scaricare pirateria o contraffazioni. Credo piuttosto che la natura interattiva della rete la configuri come un’impresa cognitiva collettiva. La rete, in quanto tale e in quanto ‘disintermediata’, consente l’accesso potenziale ad ogni informazione ad ognuno di noi e si configura quindi come un’estensione dello spazio pubblico collettivo, il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto fino ad ora. In questo senso, credo che la rete abbia caratteristiche di «viralità». Una viralità dentro una dimensione pubblica che non sostituisce virtualmente la vita concreta ma crea una dimensione propedeutica alla relazione.

Quali sono le nuove figure lavorative di cui la Rete avrà sempre più bisogno?

La figura centrale, già oggi, è quella del facilitatore.

Qual è il suo compito?

E’ colui che connette, cioè colui che mette in relazione diversi tipi di esperienze e di conoscenze che hanno una coerenza tra loro e non sanno di esistere né come connettersi sulla piattaforma.
 

Un esempio?

Ne faccio due. Il primo riguarda i docenti. Un docente oggi non può far finta che a casa e negli intervalli non esista l’uso degli smartphone e tutto l’aspetto digitale. Non può far finta che non esista Wikipedia per preparare una lezione o un’interrogazione. La cosa più intelligente che potrebbe fare è facilitare la relazione tra un potenziale cognitivo così ampio da creare una paralisi contemplativa e la capacità del discente di costruire un percorso logico. Come quando entravamo in una grande biblioteca e dovevamo costruire in mezzo a ottomila libri una bibliografia utile per la tesi di laurea per esempio. Devo avere degli strumenti per costruire la bibliografia. Oggi questo vuol dire imparare a navigare, con tutte le potenzialità che ci sono. Il secondo esempio riguarda la Fiat 500. La Fiat decise per gli allestimenti interni di usare una relazione con suggerimenti, domande, necessità, attraverso la Rete. Dunque non ha solo fidelizzato una serie di persone ma, dal punto di vista industriale, ha fatto un allestimento che rispondeva già a delle necessità. Non lo doveva fare con gruppi campione, interviste o altro. Il facilitatore dunque è chi costruisce questa piattaforma di relazione e che mette in moto tutti i suggerimenti e i bisogni posti dal cittadino potenziale consumatore con tutti i tecnici delle singole filiere di produzione Fiat (costi, tempi, modalità, fattibilità). Il successo della nuova Fiat 500 lo ricordiamo ancora adesso.

Grazie per essere stato con noi di DailyBlog.it. Buon lavoro e buona conoscenza, affinché sia perenne.

Grazie e buon hackeraggio a tutti.


29 novembre 2011

Twitter cresce, FriendFeed perde quota. Intervista a Frieda Brioschi, Presidente di Wikimedia

Com’è nata Wikimedia Italia e cosa si propone?

Wikimedia Italia è un’associazione culturale non profit che è nata in Italia nel 2005 grazie a una serie di utenti molto attivi in Wikipedia e negli altri progetti gestiti da Wikimedia Foundation. Sentivamo la necessità di fare qualcosa sul suolo italiano per sostenere questi progetti in cui credevamo molto. Abbiamo pensato che l’associazione ci desse un titolo più spendibile in Italia per promuovere questi progetti e magari crearne degli altri in collaborazione con altri enti. Come persona fisica a volte non ti danno molto retta, se ti presenti come associazione hai qualche possibilità in più.

Qual è l’obiettivo più significativo raggiunto da Wikimedia Italia in questi anni?

In Italia, portare Wikipedia nelle scuole. Da quest’anno ci sono due progetti attivi, uno dedicato alle scuole lombarde e un altro, appena lanciato, in collaborazione con la regione Emilia Romagna e con la Direzione regionale del Ministero della Pubblica istruzione che ci permetterà di andare in tantissime scuole a raccontare ai ragazzi come funziona Wikipedia. E attraverso Wikipedia, insegnar loro come bisogna usare il web.

Tu vivi per lavoro e per passione “in simbiosi” con il mondo dei social network. Quale in questo momento, tra quelli che conosciamo, ti sembra più in difficoltà, quello che vedi sempre meno al passo coi tempi?

Io uso Twitter, sono su Facebook, ho un account su FriendFeed, sono su Linkedin. I posti dove essere on line non mi mancano. Forse, quello che vedo più moribondo tra tutti è FriendFeed e mi dispiace moltissimo perché è un “twitter con un po’ più di 140 caratteri” che facilita molto le discussioni ma che purtroppo è stato acquisito da Facebook anni fa e sta lentamente decadendo.

Quali sono i limiti di Twitter?

In alcuni casi, la necessità di estrema sintesi.

Sì, i 140 caratteri.

Esatto, se vuoi esprimere un concetto in più di 140 caratteri non hai modo di linkare fra di loro due twitter a meno che non ri-citare il precedente. Twitter prevede che tu segua in modo molto puntuale la discussione. Se ti passa una pillola sotto gli occhi e fruisci solo di quella ti perdi metà del contenuto che si vuole raccontare. Dall’altra parte la ricerca dei contenuti. Per quanto ci siano gli hashtag e per quanto twitter mi faccia vedere quali sono gli argomenti più caldi della giornata, ci si può lavorare e costruire qualcosa di più.

Quali sono le applicazioni online, i device che vorresti consigliare a chi fa informazione sul web?

Io vivo con uno smartphone in tasca che è fantastico per tutto ciò che non riguarda il telefono in sé (visto che non prende moltissimo). Credo che sia importante avere uno strumento che mi permetta di essere connesso alla rete. Vedo tantissimi giornalisti che prendono appunti su carta, mi chiedo quante delle informazioni che hanno appuntato finiranno on line.

Quali sono, secondo te, le nuove figure lavorative di cui avrà sempre più bisogno la Rete?

Credo che avrà bisogno di persone “flessibili”, non ti posso dire che avrà bisogno di più sviluppatori o di più grafici. Non ho una visione così completa del mercato che si affaccia sul mondo della rete. So che dovranno essere delle persone flessibili perché si dovranno adattare a un mondo che è in continuo mutamento e dovranno necessariamente essere curiose per star dietro a tutte le innovazioni che arrivano.

Informazione. Quanto si può parlare di “abbuffate virtuali” e di “sobrietà dell’informazione”. In altre parole, siamo saturi di “informazioni” o siamo saturi di qualcos’altro che non è informazione?

Sicuramente ci sono tantissime informazioni in rete. Credo tuttavia che la rete sia ancora “sobria” di informazioni di alta qualità. Quelle presenti sono poche, localizzate, stanno crescendo lentamente e si può lavorare ancora molto.

http://www.youtube.com/watch?v=RmJCACc5z6g


14 novembre 2011

Il caso Antonio Trapani. Il prezzo di uno Stato negligente

Conosciuto dalla rete come “Il Principe dei Poveri”, Antonio Trapani, 50 anni, ex operatore informatico, paga il prezzo di uno Stato negligente,  che non ha tutelato sua madre e che non sta tutelando lui. Eppure è allo Stato che si rivolge ancora, è alle istituzioni che racconta il suo dramma e a cui chiede aiuto. Antonio Trapani è romano, sette anni fa abbandona il suo lavoro a Belluno per poter assistere la madre, invalida al cento per cento, a cui è stata rifiutata l’assistenza sanitaria domiciliare. Il trasferimento della madre a Belluno è sconsigliato dal medico perché malata di cuore e per il generale quadro clinico della donna. Così comincia l’incubo di Antonio che si ritrova, da un giorno all’altro, a tornare a Roma e ad assistere la madre in ogni istante della giornata, senza più un lavoro e senza la possibilità di cercarne un altro. Febbraio 2004. I due sopravvivono con la pensione di lei, poco più di 900 euro, in un appartamento nel quartiere popolare di Torpignattara, con un affitto di 700 euro. Antonio si rivolge così all’assistenza sociale da cui, fino all’1 dicembre 2009, non riceve alcun sussidio. Dopo cinque anni ottiene finalmente l’assistenza domiciliare. Due ore al giorno. Un aiuto sì quotidiano nella cura e nell’igiene personale dell’anziana ma di fatto insufficiente per consentire al figlio di lavorare. Invia lettere al Comune, al sindaco Gianni Alemanno, a Piero Marrazzo, all’epoca governatore del Lazio. Scrive anche al Presidente del Consiglio e a quello della Repubblica. Qualche risposta di commiserazione arriva ma, oltre alle pacche sulle spalle, nessun aiuto concreto. Il 28 novembre 2010 ottiene dal Comune di Roma, VI Municipio, l’accettazione per l’assistenza.  Quattrocento euro ogni due mesi. Il 31 gennaio 2011 usufruisce del primo e unico contributo. Il 7 Gennaio la madre di Antonio muore e l’uomo si ritrova senza alcuna entrata economica e alla ricerca affannosa di un impiego. Un mese dopo torna in Comune per richiedere un sussidio e nel frattempo continua a mandare curriculum. Oggi Antonio Trapani è disoccupato, troppo giovane per la pensione e considerato troppo in là con gli anni per un’assunzione. Con una causa di sfratto in corso e in attesa di assegnazione di una casa popolare dal 1985. Come recupererà Antonio i suoi sei anni di dedizione alla madre? Chi lo assumerà? Che pensione avrà? Interrogativi che finora non hanno ottenuto risposta. Intanto Antonio continua la sua battaglia e lo fa anche attraverso il suo blog, ilprincipedeipoveri.wordpress.com, il cui sottotitolo è “La voce dell’ingiustizia”. Una voce che merita di essere ascoltata, non solo dai giornalisti.

Elisa Giacalone


20 luglio 2011

Video intervista a Marco Travaglio. "La casta politica si occupa della propria impunità e non degli interessi dei cittadini"

http://www.youtube.com/watch?v=BTBDT4gQp88

Lei si definisce liberale da sempre, o meglio “liberal-montanelliano”. Cosa intende esattamente?

Liberale alla Montanelli vuol dire richiamare la Destra storica, riferirsi a Quintino Sella, a quella destra risorgimentale, laica, con grande senso dello Stato, riformista, non reazionaria, ma sanamente conservatrice.

Montanelli ha definito Berlusconi “il macigno che paralizza la vita politica italiana”. Se Montanelli fosse qui, come lo definirebbe oggi?
Ribadirebbe la stessa frase e direbbe “Visto che avevo ragione? Io ve l’avevo detto quindici anni fa!”

Nel suo libro ‘Ad personam’ ha fatto riferimento al concetto di ‘privatizzazione della democrazia’. In che modo la democrazia è privatizzata?
Da quindici anni si approvano leggi non per il bene dei cittadini ma per l’interesse particolare di una persona: di Berlusconi o dei suoi amici, della cricca, della casta politica che si aumenta i finanziamenti in violazione di un referendum, si aumenta i fondi per i giornali di partito. Insomma, si occupa della propria impunità invece che dell’interesse dei cittadini, si occupa di affari privati anziché dell’interesse pubblico.

L’11 Ottobre 2010 è stato condannato per diffamazione dal Tribunale di Marsala, per aver dato del figlioccio di un boss all’assessore regionale siciliano David Costa, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e successivamente assolto in forma definitiva. A distanza di due mesi quella condanna, secondo lei, l’ha meritata o no?
Non sono stato condannato per diffamazione. Ho perso una causa civile in primo grado perché purtroppo gli avvocati della Rai hanno pensato bene di non difendere né me né Santoro in quella causa, hanno difeso la Rai, non si sono occupati della nostra difesa e non ci hanno neanche avvertiti. Quindi non abbiamo potuto difenderci. Io non ho mai detto che questo signore è figlioccio di un mafioso, io ho detto che era stato arrestato per mafia – cosa assolutamente vera, purtroppo per lui – qualche giorno prima perché secondo i magistrati era il figlioccio di un boss mafioso. Se poi lo hanno assolto due anni dopo io come facevo a saperlo due anni prima? Io quando è stato arrestato ho detto semplicemente che era stato arrestato ed è un fatto. Naturalmente se avessi avuto una difesa in quel processo magari quel processo sarebbe finito diversamente. Non mi hanno difeso in primo grado, adesso nominerò un avvocato a mie spese e spero di vincere l’appello.

Ringraziamo Marco Travaglio per essere stato con noi. Dal quotidiano on line Daily Blog.it è tutto. Grazie.
Grazie a voi.


20 luglio 2011

Video intervista a Gian Antonio Stella: “Non son d’accordo per nulla con questa manovra. Nessuno si salva”

http://www.youtube.com/watch?v=qJ8dsFNwlno

Rush finale per la manovra finanziaria. Finalmente un provvedimento che dovrebbe  frenare gli attacchi speculativi. Sarà così?

Non son d’accordo per nulla con questa manovra. Se devo avere delle tasse più alte preferisco mi venga detto subito però cerchiamo una soluzione seria. Avevo molta stima di Barack Obama e questa stima è cresciuta enormemente negli ultimi giorni perché lui si è preso responsabilità enormi dicendo “non mi interessa guadagnare tempo, ci sono delle cose da fare e vanno fatte, ci sono delle responsabilità da prendere e me le prendo”. Ecco, io vorrei un Presidente del Consiglio, un governo, una opposizione che ragionassero così.

Il Ministro dell’economia, Tremonti, ha messo in guardia dicendo “La politica non può fare errori, siamo come sul Titanic, non si salvano nemmeno i passeggeri di prima classe”. Chi si salva e chi non ha scampo con questa manovra?

Nessuno si salva. Neppure i Benetton. O ognuno fa la sua parte e cerca di salvare più che può – i Benetton salveranno di più e il piccolo imprenditore di meno – oppure non si salverà davvero nessuno. Salvarsi non vuol dire vivere di rendita con quello che si è guadagnato fino adesso. Salvarsi vuol dire salvare l’Italia, salvarci tutti insieme. Io che di certo non amo Berlusconi sono disponibilissimo a fare tutti i sacrifici che mi vengono chiesti, però mi si devono chiedere le cose in modo serio. Serio.

Berlusconi ha dichiarato che tra diciotto mesi si ritirerà. Strategia o cos’altro?

Io ho fatto un film con Roberto Faenza, Silvio forever, e vuole essere, fin dal titolo, ironico. Secondo noi, Silvio resterà venti, trenta, quaranta anni. Se poi don Verzè dovesse trovare la ricetta dell’immortalità, allora resterà presidente per millenni. Al di là delle battute, Berlusconi non ha capito niente di alcune cose di questo Paese. Esempio: nel 2011, mentre Barack Obama per capire come rilanciare l’economia convoca i ragazzini di Twitter e Facebook, non si può in un paese come l’Italia proporre il piano casa perché è una ricetta vecchia, stravecchia, roba degli anni sessanta, anche cinquanta. Roba vecchia ed è vecchio lui.

Quando Berlusconi diventò Presidente del Consiglio, l’Italia aveva il triplo PIL dell’India e più del doppio del Pil della Cina. Oggi siamo stati sorpassati dal Brasile e l’India che doveva superarci nel 2014 è già davanti a noi. Cosa avrebbe dovuto fare Berlusconi da esperto imprenditore quale si definisce e da Presidente del Consiglio in carica?

Ecco, questo credo gli verrà rimproverato nei decenni prossimi. La storia delle ragazzine è sì grave, gravissima (se un vecchio di settanta, settantacinque avesse messo le mani addosso a mia figlia, ad esempio, di sedici anni, io gli avrei corso dietro col mattarello). Però, alla lunga, ciò che gli sarà rimproverato sarà proprio questo. La responsabilità non è sua. Io credo che alla fine lui sarà considerato un danno per questo Paese per non aver capito come stesse cambiando il mondo. Anche altri paesi sono stati superati, anche altri paesi hanno visto crescere impetuosamente la Cina così come l’India ma almeno gli altri hanno provato ad intercettare questa crescita. Brown, Blair, Merkel, Sarkozy sono andati avanti e indietro da questi paesi cercando di aprire canali, dialoghi, prospettive, fare lobby. Lui è andato una volta in Brasile, si è fermato ventisette ore e ha trovato il tempo per una serata con le ballerine. Questo non gli può essere perdonato. La visita in Cina è stata annullata all’ultimo momento con un comunicato che parlava di un lieve malessere. Se uno ha un lieve malessere prende un’aspirina, ma non può annullare una visita di Stato, nel paese emergente del mondo, dove ti aspettano tutti, offendendoli, offendendo le loro autorità,  con un comunicato cervellotico che parla di lieve malessere.

Una volta il premier disse: “Nessuno è davvero intelligente se è ostile a me”. A giudicare dagli ultimi suoi insuccessi, come si sente di ribattere?

Lui era partito puntando moltissimo sui giovani e anche adesso affidare la giustizia ad un giovane come Alfano, la pubblica istruzione a una giovane come la Gelmini, aver indicato a suo tempo  Pivetti come Presidente della Camera a poco più di trent’anni è stato coraggioso. Ha avuto quel  coraggio di puntare sui giovani che altri non hanno avuto, però contemporaneamente si è circondato di yesmen, ha scelto i giovani non per la loro intelligenza scintillante ma anche perché, oltre ad essere più o meno intelligenti, erano obbedienti fino all’ossequio. E questo lo ha portato alla rovina. Se si fosse circondato di qualcuno che ogni tanto gli avesse detto “Presidente, guarda che sbagli” forse avrebbe fatto meno errori.

Grazie per essere stato con noi.

Grazie a lei.


27 giugno 2010

Un duo mozzafiato: Petra Magoni & Ferruccio Spinetti

 

Un duo mozzafiato quello di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti che vanta record di concerti in Italia e all’estero. Voce cristallina e giocosa quella di lei, note acrobatiche quelle dell’ex contrabbassista della Piccola Orchestra Avion Travel, ed è Musica Nuda. Sembra un vero “colpo di fulmine” professionale, quello scoccato tra i due nel 2003, quando si incrociano durante una jam session. Da lì, basta mezza giornata e nasce il loro primo album, “Musica Nuda”. Un’esplosione di originalità, una freschezza musicale che li porta dritti in tournée in Italia e all'estero. La ricetta è essenziale: prendere un brano, denudarlo e rivestirlo col proprio stile, a metà tra pop, jazz e lirica, con un’interpretazione ironica e mai prevedibile. Il tutto condito con forza comunicativa, eleganza e stile, tutti elementi che non mancano in ogni esperimento del duo che ha realizzato un album di musica sacra, un live e un dvd registrato dal vivo a Parigi. L’ultimo album, “Musica nuda 55/21”, uscito per la prestigiosa Blue Note, segna un ulteriore passaggio creativo. Per la prima volta sono inclusi testi originali, scritti da loro e da altri autori come Pacifico, Cristina Donà, Nicola Stilo, Stefano Bollani e David Riondino.

In anteprima assoluta, a Milano, nei giorni scorsi, alla Feltrinelli di piazza Piemonte, il duo ha interpretato alcuni brani di Fabrizio De Andrè, nell’ambito del progetto discografico “Canti Randagi 2”, una raccolta pensata e proposta da “Cose di Musica”. Con il patrocinio della “Fondazione Fabrizio De André – Onlus”, Cose di Musica ha voluto onorare, a dieci anni dalla sua scomparsa, la sperimentazione linguistica del cantautore genovese, attraverso dieci formazioni musicali che hanno riletto un brano dell’artista, adattandolo al rispettivo dialetto regionale e alle proprie sonorità. Il contributo del duo? La Romance de Marinelle, in francese naturalmente, quasi fosse un “dialetto internazionale”. Una provocazione che rende omaggio egregiamente a uno dei capisaldi della canzone d'autore italiana.

 


24 giugno 2010

Solo rumore...

Dopo mesi, eccomi qui a rimettere insieme i pezzi di un anno non proprio fortunato. Bando alla vita privata, preferisco fare una ricognizione delle cose che contano: videointerviste e articoli. Tutto il resto è stato solo rumore.

Buona visione a chi vedrà i miei servizi. E buona estate a tutti!

 




permalink | inviato da reporteritinerante il 24/6/2010 alle 19:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

24 giugno 2010

7752, L'ULTIMO ALBUM DI CHIARA CIVELLO: UN RITORNO ALLE ORIGINI, ALLA LINGUA COSì COME AI SUONI

Un album solare, ricco di luce, a giudicare anche dalla copertina. Interamente  bianca con il volto di Chiara Civello che fa capolino dal basso. 7752, terzo album della cantautrice romana che ormai vive più all’estero che in Italia, è una spensierata alchimia tra rock anni ‘60, melodia italiana, beat e R&B. Ancora una volta, Chiara Civello sfugge ad ogni etichetta. Non solo jazz. Ma musica brasiliana, blues, soul, funky, anche musica d’autore. Essere collocata in un genere è una questione che non la sfiora affatto. Sorride radiosa, sul palco della libreria Feltrinelli, a Milano, raccontando e musicando alcuni brani del suo ultimo cd, 7752. “Un numero – afferma - può dire più di tante parole” e 7752 è un numero chiave nella vita artistica di Chiara: la distanza in chilometri che congiunge in linea d’aria New York e Rio De Janeiro. A New York vive da anni e a Rio ha concepito il suo ultimo lavoro. 7752 nasce, infatti, in Brasile. Presenza cardine dell’album, Ana Carolina, la star del pop brasiliano, con cui ha scritto e interpretato “Resta”, da tempo in cima alle classifiche in Brasile. L’album è impreziosito dal contributo di guest star internazionali: oltre ad Ana Carolina alla chitarra acustica, potrete ascoltare Mark Ribot alla chitarra elettrica (leggendario chitarrista di Tom Waits), Jaques Morelenbaum al violoncello e arrangiamento d'archi, Mauro Refosco alle percussioni e Guilherme Monteiro alla chitarra. La ritmica di Gene Lake e Jonathan Maron è poi esaltante. Di strada ne ha percorsa Chiara Civello, partita a diciotto anni per andare a studiare a Boston, al prestigioso Berklee College of Music. Ora ha trentacinque anni, è stata la prima artista italiana della storia a incidere con la Verve Records, monumento della discografia jazz americana e casa discografica di icone dal jazz come Charlie Parker, Duke Ellington, Billie Holiday ed Ella Fitzgerald. Il  suo album d'esordio, Last Quarter Moon, ha venduto 32.000 copie, un traguardo nel mondo del jazz che l’ha inserita nell’olimpo dei nuovi songwriter della scena musicale internazionale. Eppure, Chiara Civello sembra inconsapevole del successo avuto, le basta la chitarra o il pianoforte, per dar vita ad atmosfere esotiche e colorate e al contempo rimanere intima, quasi suonasse tra amici. E con questo ultimo lavoro, più che mai. Canta, si ascolta, si perde tra i testi e le note alla ricerca della sua voce più genuina, affinché emerga liberamente. E’ come se si stesse spogliando delle sovrastrutture accademiche, degli artifici retorici e facesse affiorare se stessa, delicatamente. I testi, stavolta, sono tutti scritti da lei e quelli in italiano superano quelli in inglese. Un riavvicinamento alle origini, alla lingua così come ai suoni. Una Chiara Civello più intima quindi, che si racconta, strizza l’occhio ai suoi fan ed emerge, autentica. Così come emerge dalla copertina del suo album.

ELISA GIACALONE, MILANO


24 giugno 2010

TORNA FRANCESCO BACCINI CON CI DEVI FARE UN GOAL

 

Un graffiante affresco dell'Italia. Il calcio come metafora della vita precaria, fatta di acrobazie economiche e partite di pallone per dimenticare la crisi. E’ l’inedito di Francesco Baccini, Ci devi fare un goal, brano che sta spopolando nelle radio. Torna così, in grande stile, uno dei cantautori più originali dagli anni Novanta in poi. Il suo nuovo album, “Ci devi fare un Goal - Le mie canzoni più belle, etichetta Sugar, celebra i vent’anni di carriera con una raccolta dei più grandi successi, ri-arrangiati, tutti da scoprire. Diciassette le tracce, da Ho voglia di innamorarmi a Margherita Baldacci,  da  Le donne di Modena a Sotto questo sole. E poi un pezzo, tratto dalla colonna sonora che ha scritto per il nuovo film di Fausto Brizzi, Maschi contro femmine. Eccezionale bonus track, la cover di Vedrai vedrai, di Luigi Tenco. In uscita, per il ventennale, anche un libro biografico “Ti presto un po' di questa vita” (editrice Zona) a cura di Andrea Podestà e Marzio Angiolani,  e un docu-film che sarà presentato al Genova Film Festival. Un anno davvero impegnativo, insomma, per il cantautore genovese. Ne è passato di tempo dal singolo di debutto Mamma, dammi i soldi. Da allora una carriera quanto mai multiforme. In questi ultimi anni, infatti, Baccini ha lavorato per il grande schermo, interpretando il ruolo da protagonista, il partigiano stralunato Luigi, nel film "Zoè" (opera prima del regista Giuseppe Varlotta). Protagonista anche nel cortometraggio "Nerofuori" (di Davide Bini e Emanuela Mascherini). Una carriera a tratti travagliata ma pur sempre attenta e impegnata. Non dimentichiamo gli esordi, Baccini inizia cantando le condizioni dell'immigrato con Vendo tutto, torno a casa, passando a Viola, tra le "belle fotomodelle incartate come caramelle", facendo "Nomi e cognomi", da Renato Curcio o Giulio Andreotti (quando era ancora in carica naturalmente), fino alla mitica Margherita Baldacci, senza dimenticare le donne di Modena e quelle di Genova o Napoli, gli amori e l'eterna voglia di innamorarsi. Un cantautore che, come pochi, ha scattato varie polaroid al Paese e ha colpito nel segno, facendo il più delle volte i più bei goal nella storia della musica.

Elisa Giacalone - Milano


24 giugno 2010

GIULIO CASALE E LA CANZONE DI NANDA: ATTRAVERSO FERNANDA PIVANO UN'AVVENTURA LUNGA QUASI UN SECOLO

Tornare a Nanda. E’ questo l’obiettivo che Giulio Casale si pone nel portare in giro per l’Italia il suo spettacolo. La canzone di Nanda torna, a gran richiesta, al Teatro Strehler di Milano, dopo il successo travolgente dei mesi scorsi. Lo spettacolo ripercorre le tappe di un’avventura lunga quasi un secolo, attraverso i Diari 1917-1973 (opera pubblicata da Bompiani) e i racconti originali che la Pivano ha fatto a Casale negli anni della loro frequentazione. Immagini inedite e momenti musicali attraversano le tappe più importanti della letteratura americana, da Hemingway ai giorni nostri, soffermandosi sulla beat generation. Non è in alcun modo un omaggio postumo, Fernanda Pivano ha invece discusso con Casale di priorità e direzioni possibili e avrebbe dovuto essere presente in sala. Casale parla di lei al presente. Sempre. “Nanda dice…” è il ritornello che accompagna, infatti, tutto lo spettacolo.  Fernanda Pivano sfugge a ogni definizione,  è traduttrice, scrittrice, saggista, critica musicale e soprattutto ‘pacifista’.  “E’ come se Fernanda Pivano – afferma Giulio Casale – ci avesse ogni volta cantato una canzone. Il titolo? Pacifica rivolta”.  Ed è la lezione di libertà, di pacifica rivolta appunto, è la passione per la letteratura che è vita, non meno della vita stessa, a riempire il palco del Piccolo Teatro e a decretare ancora una volta il successo di Giulio Casale. Ex leader degli Extra, rock band con la quale s’impone al pubblico, nel corso degli anni Novanta, grazie a cinque album (Warner Music) e a centinaia di concerti, Giulio Casale esprime al massimo sul palco le sue doti istrioniche. Teatro canzone e poesia si fondono in perfetta armonia. Casale interpreta, canta, racconta, suona la chitarra.  Si dà alla scena anima e corpo, ricordando l’amica – nonché  una delle più grandi figure della scena culturale italiana - con cui ha condiviso ideali, sogni e speranze allo scopo di ‘ripartire da Lei’.

Elisa Giacalone - Milano

 


24 giugno 2010

LAURA NARDI IN PRIMO AMORE: UN MONOLOGO PIENO DI EROTISMO E SENSUALITà

 

E’ un quadro a tinte fosche quello di Primo amore. Un monologo drammatico pieno di erotismo e sensualità. Ed è una storia d’amore. Che sia poi tra due uomini è solo un dettaglio.

Il testo è di Letizia Russo, una delle più note e apprezzate voci della drammaturgia italiana, che lo ha presentato al festival gay Garofano Verde, una rassegna diventata nel corso degli anni uno dei fiori all'occhiello dell'amministrazione capitolina.

Laura Nardi, poco prima sorridente e aggraziata, in scena diventa un uomo e si veste di quella mascolinità  - a tratti aggressiva - che ci fa entrare di colpo nella mente di quell’uomo che vaga e si guarda intorno, smarrito e meravigliato al tempo stesso. E comincia il viaggio. Un viaggio sentimentale e geografico. Un uomo ritorna nella città della sua giovinezza e  riattraversa quei luoghi che gli rinnovano sentimenti, pensieri e immagini dimenticate.
Si ritrova in un bar e riconosce, nel cameriere che lo serve, il ragazzo che a quindici anni gli fece scoprire l’amore. 
La meraviglia, la gioia e poi la rabbia, l'eccitazione, il desiderio, fino alla follia, prendono forma sul palco del teatro. Laura Nardi ha la capacità di portare per mano la platea attraverso il riaffiorare della memoria.
E cominciano i frammenti. Una stanza in cui due amici si scambiano furtive carezze, prima quasi casuali, poi invece volute, calcolate. Nell’intimità di quattro mura
i due uomini si cercano, si trovano, si tormentano fino quasi alla violenza. Gli incontri sono impetuosi al limite dello scontro fisico. I bottoni della camicia saltano, uno dopo l’altro e solo il giorno dopo verranno riattaccati. L’atmosfera è buia e la scena essenziale, solo una sedia e una Laura Nardi imbruttita. Ma struggente. “E’ un omaggio al cuore libero dell’uomo – così Letizia Russo definisce Primo amore - una pietra lanciata contro qualsiasi ghettizzazione dei sentimenti".

 


24 giugno 2010

CAVEMAN, UNO DEGLI SPETTACOLI PIù VISTI AL MONDO: AL CENTRO LE ATAVICHE DIFFERENZE FRA UOMO E DONNA

Da Homo Erectus a Homo Sapiens ad Homo Stronzius. E’ la naturale evoluzione storica del maschio contemporaneo. Ce la racconta, con la sua effervescente verve e una strizzatina d’occhio tanto alle donzelle quanto ai gentleman, Maurizio Colombi, attraverso Caveman, lo spettacolo più longevo nella storia di Broadway. Torna così, dopo il sold out dei precedenti appuntamenti, al teatro Derby di Milano, con la regia di Teo Teocoli, il monologo dell’uomo delle caverne, vincendo un’altra sfida, la finale di Champions League. Presenti in teatro infatti non pochi uomini che hanno preferito una serata spiritosa al binomio partita/divano. Uomini divertiti che hanno riso delle proprie pecche e di quelle delle proprie donne. Una sequenza esilarante di dinamiche di coppia, esempi quotidiani di fraintendimenti, equivoci e incomprensioni. Situazioni così comuni da sembrare banali. Eppure ci si riconosce nella tragi-comica attualità dei rapporti tra lui e lei.

Caveman è uno sguardo preistorico, in chiave ironica, sul conflitto tra i due sessi. Le ataviche differenze tra uomo e donna si colgono fin dalle origini con la divisione dei compiti: gli uomini erano cacciatori, le donne raccoglitrici. La donna primitiva, aggirandosi nei boschi in cerca di radici e bacche mangerecce, osserva, svolge più mansioni contemporaneamente, crea collegamenti tra gli eventi che le permettono di prevedere il ciclo delle stagioni, sviluppa il dialogo. L’uomo delle caverne, cacciatore, sviluppa invece il senso pratico, l’azione. Il dialogo è inutile quando si caccia. Per l’uomo delle caverne l’attenzione è concentrata sullo scopo da raggiungere. Un’unica azione. Gli è impossibile ragionare su più fatti simultaneamente. Neanche se volesse, riuscirebbe. Si ride, ci si riconosce, si applaude.

Lo spettacolo originale, scritto da Rob Becker, è stato portato sul palco per la prima volta il 26 marzo 1995 allo Helen Hayes Theater di New York, diventando, dopo 2 anni e 702 performance, il monologo di più lunga durata nella storia di Broadway. Dopo 15 anni è ancora uno degli spettacoli più visti al mondo. Un successo senza tempo, né confini.

Elisa Giacalone - Milano

 


24 giugno 2010

TREDICIMILA CHILOMETRI IN BICICLETTA LUNGO IL MEDITERRANEO ATTRAVERSO TRE CONTINENTI E VENTI PAESI

 

Tredicimila chilometri a pedali lungo il Mediterraneo, attraverso tre continenti, venti paesi, visti impossibili e insospettabili passaggi. Li ha percorsi Matteo Scarabelli,giornalista,e li ha raccontati in C'è di mezzo il mare. Viaggio in bicicletta intorno al Mediterraneo (Ediciclo Editore). Un viaggio su due ruote durato dieci mesi, intorno a un mare complicato. Matteo Scarabelli, viaggiatore anticonformista, sceglie la bicicletta perché "è un mezzo povero e sovversivo", a dispetto di passaporti, patenti, bolli, visti, assicurazioni. La bicicletta è gratis, non necessita di carburante, né di documenti, solo della forza delle proprie gambe. "La bici è contatto - afferma Matteo Scarabelli -- contatto con l'ambiente, la gente, i confini invisibili che si attraversano". Ed è una sfida continua anche con la natura. La bicicletta non protegge dal maltempo. Scarabelli porta con sé pochi vestiti, un sacco a pelo. Non vuole la tenda, preferisce farsi ospitare, sperare in un letto inesplorato e in una zuppa calda alla fine della giornata e diventare, seppur per qualche notte, un po' marocchino, un po' beduino, un po' musulmano, un po' ebreo. Attraverso le pagine di C'è di mezzo il mare, si riscopre l'arte del viaggiare e se ne coglie la dimensione più autentica, quella dell'andare che non significa soltanto arrivare.
Elisa Giacalone - Milano


24 giugno 2010

Maturità 2010: Martiri delle foibe. Ecco la videointervista a Luciano Garibaldi, storico e giornalista

 

La Provincia di Milano celebra il Giorno del Ricordo, 10 febbraio, dedicato ai martiri delle foibe. E lo fa allo Spazio Oberdan, attraverso lultimo libro di Luciano Garibaldi, storico e giornalista professionista, Venti di bufera sul confine orientale. La panoramica storica tracciata da Luciano Garibaldi, in collaborazione con Rossana Mondoni, docente e saggista, parte dal 1866 (annessione del Veneto allItalia) e, attraverso il 1920 (quando lIstria entra a far parte del Regno dItalia), giunge all8 settembre 1943, data in cui inizia il dramma delle terre orientali che si concluderà dopo il 25 aprile 1945 con più di 10mila italiani gettati nelle foibe e lesodo di 350mila istriani, giuliani e dalmati. Speciali capitoli sono dedicati a Trieste, tornata allItalia, e alle città sacrificate Fiume, Pola e Zara.
Il 10 febbraio è riconosciuto come Giorno del Ricordo dalla Legge 30 marzo 2004 n.92 che, allArt. 1, recita: La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo Dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.
Umberto Maerna, Vice Presidente e Assessore alla Cultura della Provincia di Milano, si dichiara soddisfatto:
Puntiamo ad una reale pacificazione ed alla diffusione di una pagina di storia rimasta troppo a lungo nascosta.
Elisa Giacalone - Milano


24 giugno 2010

Solo fango, l'ultimo libro di Giancarlo Narciso, meglio conosciuto come Jack Morisco

 

Titolo: Solo fango
Autore: Narciso Giancarlo
Editore: Edizioni Ambiente
Prezzo: € 16.00
Collana: Verdenero. Noir
Data di Pubblicazione: 2010
ISBN: 8896238447
Pagine: 271

Una delle catastrofi più devastanti al mondo. Ma evitabile. Si tratta della strage di Val di Stava. La ripercorre, quasi per caso, Giancarlo Narciso, nel suo ultimo libro, Solo fango. Narciso avrebbe voluto raccontare, in realtà, un Trentino rassicurante, dietro la facciata della felice oasi ecologicamente corretta. Ma scopre, in corso dopera, un pezzo di storia vergognoso. Una storia, quella di Solo fango, che lega, a distanza di venticinque anni, la strage di Val di Stava con un moderno caso di ecomafia.
Narciso si accorge che nella conca di Riva del Garda, dove lui vive, cè una discarica di rifiuti che non solo minaccia di franare sul paese, ma in cui probabilmente arrivano rifiuti tossici, provenienti da altre parti dItalia. Da lì una serie di coincidenze lo conduce a Stava, dove la memoria riporta a galla la catastrofe di venticinque anni fa.
19 luglio 1985, cedimento di un bacino di decantazione, alto 50 metri, riversamento a valle di 300mila metri cubi di sabbia, limi e acqua, che scendono a una velocità di 90 chilometri orari spazzando via, case, alberghi, capannoni. Persino otto ponti. Muoiono 283 persone, quasi tutte quelle presenti in quell'area di 453mila metri quadrati. Una colata di fango dello spessore di 40 centimetri. Solo fango. Titolo del romanzo quanto mai azzeccato.
Da quel momento, la trama nella mente di Narciso è già materia. Passato e presente, realtà e fantasia, si intrecciano in un romanzo che lascia col fiato sospeso fino alla fine. Al centro del romanzo, un investigatore: Butch Moroni. Incaricato di trovare una persona sparita nel nulla, viene presto coinvolto in una catena di omicidi. Attivisti ambientali impegnati a evitare disastri ecologici, presunti colpevoli e colpevoli dichiarati, politici corrotti e protagonisti dal passato poco chiaro. E al centro di tutto, una discarica di rifiuti che potrebbe spazzare via interi paesi. Un Trentino dal volto sinistro quello fotografato da Giancarlo Narciso, dove gli interessi politici mettono a rischio la vita delle persone e dimenticano persino quelle duecentosessantotto che nell85 ci hanno lasciato la pelle.
La narrazione è rapida ed essenziale. Il giallo si sviluppa con una serie di indizi contrastanti che conducono il lettore verso un finale sconvolgente, perché niente è come sembra.
Elisa Giacalone - Milano


31 gennaio 2010

Teatro della Contraddizione: omaggio a Piero Ciampi, l'artista più irriverente della canzone d'autore italiana

Due serate strepitose al Teatro della Contraddizione, all’insegna dell’irriverenza e del vino rosso. La compagnia Mercanti di Storie ha messo in scena Mi sono arreso a un nano, uno spettacolo musicale ispirato alla vita e alla poesia di Piero Ciampi, cantautore e poeta livornese. Sul palco della "contraddizione" Massimiliano Loizzi, autore e interprete del monologo. Ad accompagnarlo, alla fisarmonica e piccole tastiere, Giovanni Melucci, special guest, direttamente dalla Piccola Orchestra Fonomeccanica.

Loizzi incarna un “Piero Ciampi” alticcio,   sfrontato, irriguardoso nei confronti del pubblico, beffardo oltremisura ma dalla genialità e sregolatezza che hanno contraddistinto da sempre Piero Ciampi e la sua carriera. Se l’obiettivo dei Mercanti di Storie era ricordare, nel trentesimo anniversario della sua scomparsa, uno degli artisti più irriverenti, ironici e controcorrente della musica italiana, la missione non può dirsi che compiuta. Piero Ciampi era lì. Era lì per la gente che lo ha seguito da sempre e che lo ha ricordato, era lì per coloro che lo hanno visto e ascoltato per la prima volta.

A rendere omaggio a Ciampi, anche Davide Zilli, Veronica Sbergia e The Red Wine Serenaders, Vincenzo Chinascki, Folco Orselli, ognuno alla propria maniera.

Sebbene sconosciuto al grande pubblico, le canzoni di Ciampi sono state interpretate da Nada,  Nicola di Bari, Gianni Morandi. Gino Paoli gli ha dedicato un intero disco. I Mercanti di Storie fanno una scelta di campo ben precisa. Sono le parole di Ciampi, le sue manie, le sue ossessioni, la fragilità e l’ingegno, la sua poetica che vogliono portare in scena.

Ed ecco le invettive contro il pubblico, le imprecazioni per un paio di scarpe rosse indossate da una ragazza in prima fila che Loizzi/Ciampi reputa “imbarazzanti”, tanto da invitarla a coprirle. Ecco le maledizioni nei confronti di qualcuno del pubblico (e di tutti i suoi avi!), che Loizzi prende di mira, ridicolizzandone i tic, le imperfezioni, i tratti distintivi, invitandoli a farsi vedere e suscitando le risate di tutti, in teatro.

Chiede in prestito delle banconote. Alcuni, disorientati, lo accontentano, ignari che non rivedranno più i loro soldi. Almeno, durante lo spettacolo. Una borsetta di una signorina della Milano-bene viene completamente rovistata e svuotata di una bottiglietta d’acqua, di un libro, delle chiavi di casa, di qualche carta di credito. Il tutto naturalmente con nonchalance. Ogni respiro, ogni oggetto diventano un pretesto per cantare la dannazione, liberare i pensieri, senza regole. Per essere se stessi, senza filtri. All’estremo.

Le derisioni, poi, si placano. Gli sberleffi diventano malinconici,  i versi sono rotti, e la voce si fa sempre più aspra e roca. Il fiasco di vino, un istante sì e l’altro pure, viene portato alla bocca. E cominciano così le note di "Tu no", forse il capolavoro assoluto del cantautore livornese, che rompe le risate e apre un varco.

“Tu no, aspetta, no...
Se non so farti felice,
Anche se continuo a bere
Tu no, amore, no,
Tu mi devi star vicino
Perché ormai io sono fuori.
Tu no, tu no, tu no,
Qualche cosa te l'ho data
Se mi guardi con quegli occhi...
Tu no, tu no, tu no”.

Quando la canzone uscì, per caso venne ascoltata da Charles Aznavour, che lo invitò immediatamente al suo programma televisivo "Senza Rete". Ciampi ci andò, ma non volle cantare;  Paolo Villaggio lo tirò letteralmente per la giacca nella diretta televisiva, e Ciampi lasciò una memorabile interpretazione di quella canzone. Loizzi non è da meno. Canta la delusione e l’abbandono, il prendersi gioco della vita e del destino. E lo fa senza risparmiarsi, alzando gli occhi al cielo e cantando con tutto il fiato in gola. Conquista il pubblico, probabilmente più di quanto avrebbe voluto Piero per se stesso.

Ciampi non doveva e -forse non voleva proprio- piacere a nessuno. Lui cantava, solo se gli andava. E beveva. Quella per il vino era una passione atavica, tanto da intitolarci una canzone. "Com'è bello il vino/rosso rosso rosso/bianco è il mattino/sono dentro a un fosso/E in mezzo all'acqua sporca/godo queste stelle/questa vita è corta/è scritto sulla pelle.

Era fuori da grammatiche televisive e dai tempi teatrali. Lo ha dimostrato la sua ultima apparizione, al premio Tenco.

Dopo che la base registrata era già partita, lui era nel camerino a bere e a contrattare qualcosa con Amilcare Rambaldi. Alla fine, quando si decise a salire sul palco, barcollando, venne fischiato. Rispose con la sua brutalità mista a compostezza: "Taci tu, parla quando te lo dico io perché, scusami, se tu vuoi parlare vieni qua: io rischio, te no". E subito dopo, quasi giustificandosi "Però non te la prendere come un'offesa, ti prego". Seguirono gli applausi. Ad un altro isolato fischio, interruppe la canzone e urlò in livornese: "Dè, ma te perchè 'un tìompri un sassofono?". Cantò la sua canzone, si staccò sorridendo dal microfono e si inchinò. Fu quella la sua ultima esibizione. L'anno dopo venne invitato al Tenco, ma non si presentò. Mandò un telegramma, "Non sono potuto venire. Piero."

Era così Piero Ciampi, disarmante. Ma autentico.

A chiudere la serata, in suo onore, al Teatro della Contraddizione, un ospite speciale, Paolo Rossi. In versione casalinga, più del solito, con i capelli scompigliati, appena tornato da San Siro, per il derby Inter – Milan, aggiorna il pubblico sul risultato e da lì inizia una serie di gag esilaranti. A cominciare dalle dritte che dà al pubblico su “come smettere di bere” fino al racconto del dialogo con un barista cinese, rivelatosi poi milanese, oltre ogni previsione. Dialoga, ride, chiede del vino anche per sé. Si diverte anche lui, è tra amici. Parla tra la “gente vera”, quella che lui ama, lontano dai teatri istituzionali, dal nome altisonante, con le poltrone in velluto. E’ il trionfo del teatro popolare. Come afferma Rossi, “Qualcosa che parla della vita, come fa anche il cinema; e che, come il cinema, quando esci ti resta un po' addosso".

E lo spettacolo di Massimiliano Loizzi, così come le gag di Rossi e le esibizioni di tutti gli altri amici intervenuti, sono rimasti decisamente addosso. Alla maniera di Ciampi, che è stato ricordato come meritava.

Elisa Giacalone - Milano

 

 




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17 dicembre 2009

Le “Scintille” di Gad Lerner, una storia tra biografia e reportage

 

Un libro inatteso, quello appena uscito di Gad Lerner, “Scintille, storia di anime vagabonde”, firmato Feltrinelli.

 

C’è lo sterminio degli ebrei d’Europa e la Guerra d’indipendenza nella nativa Palestina. E ci sono i familiari, uccisi dai nazisti. Gad Lerner racconta di un padre ingombrante, dell’enigmatica nonna Miriam, chiamata Teta, grassa, foruncolosa e sdentata, incompresa e derisa perché estranea alla raffinatezza levantina della Beirut in cui è cresciuta Tali, la moglie di Moshè. Racconta di nonno Elias, nato nella Galizia yiddish, l’odierna Ucraina, «gentiluomo coi baffetti alla Charlie Chaplin».

E non mancano le foto in bianco e nero, al centro del volume, di nonni, genitori, terre.

Ci sono quindi il Libano, la Beirut degli anni Quaranta, l’Ucraina, c’è il confine tra il Libano e Israele, presidiato dai soldati italiani. Ed è qui che si riuniscono le nazionalità di Lerner, libanese, israeliana, italiana.  E’ un italiano di Milano Gad Lerner, ma con origini lituane, la nazionalità di una sua bisnonna. E’ anche ucraino, la patria dei suoi nonni paterni. Siriano e anche libanese, la terra della madre. Forse israeliano, il Paese che ha accolto i suoi parenti. Bisnonni, nonni, zii, cugini e nipoti, tutti di ceppo ebraico, vivono infatti oggi in Israele.

Un racconto lucido e carnale al tempo stesso, religioso e miscredente. A tratti contraddittorio. Il tutto condito da un’ironia sinuosa. Ironici sono i ritratti dei suoi familiari che talvolta diventano personaggi,  come il padre Moshé con il quale Dadone, così il padre chiama il figlio, ha sempre avuto un rapporto difficile «Lei è il padre di Gad Lerner?», «No, lui è mio figlio!».




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25 ottobre 2009

Gianni Barbacetto e il suo libro-inchiesta "Il grande vecchio"

 

 

Da piazza Fontana alla P2 fino a Gladio. Sono solo alcuni dei misteri italiani su cui ha indagato Gianni Barbacetto, giornalista e autore con Peter Gomez e Marco Travaglio di "Mani Pulite" e "Mani sporche". Indagini che sono diventate un libro-inchiesta: "Il grande vecchio".

Edito da Bur Rizzoli, il libro è stato presentato, nei giorni scorsi, alla Fnac di Milano. Alla presentazione del libro, oltre all'autore, hanno partecipato il giudice Guido Salvini, l'avvocato delle vittime di piazza Fontana Federico Sinicato e lo scrittore Giuseppe Genna. Barbacetto, nelle sue pagine, ha riportato e ricostruito le testimonianze di investigatori che hanno indagato sui misteri d’Italia raccontando le difficoltà in cui si sono imbattuti.

L'intento di Barbacetto è riaprire una porta chiusa da troppi anni su stragi "senza colpevoli", da Portella della Ginestra in poi. Migliaia le vittime. Come scrive Barbacetto, "cittadini inermi e inconsapevoli che hanno avuto la sorte di trovarsi nel momento sbagliato nel salone di una banca, nello scompartimento di un treno, in una piazza, nella sala d'aspetto di una stazione; oppure sono stati fedeli servitori dello Stato, professionisti coraggiosi, eroi borghesi".

I processi - piazza della Loggia, Italicus, Gladio, P2 – si chiudono e si riaprono, senza quasi mai accertare una volta per tutte i colpevoli. Due generazioni di magistrati hanno cercato la verità. Sono sempre stati fermati poco prima di svelarla. Regole e segreti inconfessabili che hanno inquinato per sempre la vita della nostra Repubblica. "La verità - scrive Barbacetto nella copertina del suo libro - anche a distanza di quarant'anni resta indicibile. I magistrati che l'hanno cercata la conoscono. E ora la raccontano".




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31 luglio 2009

I sogni, anche se messi a dura prova, continuano...

In Sicilia da poco più di una settimana. Sole, mare, serate estive e tutto ciò che di più stereotipato ci possa essere. Eppure piace. Parenti, cibo e amici storici. E' sufficiente dire che ho già messo due chili. Gli ultimi due mesi sono stati dedicati in parte a Viva La Radio Network. In parte ad una nuova persona che è arrivata quando meno me lo potessi aspettare, proprio quando ero occupata a farmi paranoie per una persona che frequentavo da qualche anno. Lì ad arrovellarmi per la fine e l'inizio di qualcosa, per dei sentimenti confusi e forse mai dichiarati genuinamente... e poi una bella sorpresa, rigorosamente palermitana. Un taglio al passato e ai rami secchi e uno sguardo al nuovo incoraggiata dal buon e mai banale Ivano Fossati. Una capatina a Venezia a bere buon vino sul Canal Grande e fuochi d'artificio in Piazza San Marco. Una puntata al casinò di Venezia. E poi tanto divertimento. Giornate "goduriose" e divertenti. Tanta affinità. E adesso ci godiamo le giornate siciliane, la notte al mare sotto il cielo stellato... Un po' di tradizione e sano ottimismo. E poi chi vivrà vedrà! A settembre si torna a Milano, il lavoro chiama... e non solo! I sogni continuano...

Ecco qui di seguito le video interviste e i pezzi prodotti per Viva la Radio Network.

 

Massimo Emanuelli Bruna Magi Paolo Poli Sabrina Petyx Matteo Collura Roberto Santoro Angelo Branduardi


5 luglio 2009

Videointervista a Bruna Magi


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3 luglio 2009

“Santa Libertà”, il nuovo disco di Roberto Santoro

 

 Trasuda leggenda e ribellione. Ricorda, neanche troppo vagamente, il Jim Morrison dei primi tempi, con il volto scolpito e i capelli scompigliati. E’ Roberto Santoro, classe ’72, vincitore del Premio Lunezia “Future Stelle”, per il valore Musical–Letterario dell’album "L'Elisir del passionario". Si tratta di uno dei riconoscimenti più ambiti del Premio Lunezia. Basta dare un’occhiata all’albo d’oro delle future stelle del Premio e salteranno agli occhi nomi come Gatto Panceri, Simone Cristicchi, Povia, Morgan, Tricarico e Lunapop. E’ uscito da pochi giorni il suo nuovo disco Santa Libertà (Target Music) e lo ha presentato in anteprima, all’Exquisite Shu, un animato locale di Milano. Un disco, diretto dalla produzione artistica di Mauro Pagani, Eugene Rutherford e Filippo Bentivoglio, che sintetizza rock e canzoni d'autore, con influenze folk ed etniche e con qualche nota pop. Sono canzoni di speranza, amore e desiderio, come nella tradizione dei grandi cantautori.

Roberto Santoro inizia giovanissimo a suonare la chitarra, affascinato dalle canzoni di Fabrizio De André e Bob Dylan e attratto dai suoni rock che arrivano dal mondo anglosassone (Smiths, Cure, Depeche Mode, Nick Cave). Milanese d’adozione, ha studiato Lettere e Filosofia e si è guadagnato da vivere suonando con diverse cover band, in giro per l’Italia e all’estero. Ha prodotto una rilettura in italiano di “Dancing Barefoot” di Patti Smith. Per anni è stato un’attrattiva costante delle serate musicali dei navigli milanesi ma è stato l’incontro con Angelo Carrara, nel 2006, che ha segnato una tappa importante nella sua carriera. Carrara decide di produrre il disco L’elisir del passionario, ama quel mondo di sonorità mediterranee che sfumano ora in ballate popolari e latine, ora al tango, ora in accenni jazz.
Santoro collabora come autore, con Francesco Baccini, per lui ha scritto alcuni brani dell’album “Dalla parte di Caino” e con lui ha suonato come chitarrista/bassista nel tour del 2008.

Sembrerebbe anche un cantautore maledetto, Roberto Santoro. Lo conferma una citazione di Baudelaire che campeggia sul suo sito ufficiale, “Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi”. Ed ebbrezza ed esaltazione non sono certo mancate al concerto, all’Exquisite Shu.

La serata milanese si è rivelata una “botta d’energia”, una bella fusione di voci e musica che ha coinvolto tutto il locale. Ballate rock dal sapore vagamente ribelle, motivi interessanti che si sono lasciati canticchiare quasi subito. Dalle note malinconiche a quelle esplorative del viaggio, dell’amore e del sesso. Roberto Santoro chiacchiera con il suo pubblico, creando un clima amichevole e abbattendo quella barriera virtuale tra palco e spettatori. Si diverte insieme alla sua band, ride, scherza, canta e ci fa entrare nel suo laboratorio di cantautore. Racconta la nascita di un testo, come Hai preso casa in Mexico, dedicato ad un amico perduto. Ci sono posti lontani dove la vita è più leggera, dove si è veramente liberi. La canzone è l’immagine di un Messico ideale, dove un amico perduto ancora c’è. E magari se la spassa. Comincia la musica e tutto diventa energia, sogno. C’è poi la canzone della crisi, il folk della caduta e della scoperta, Non credo che sia stato Andrea. Ha un tono mitico, biblico e parodistico, alla Dylan. Un momento da accendini da stadio si crea poi con Navigante di te. Il mare come metafora del desiderio. Tra fado e sirtaki, è un canto d’amore inappagato: dopo il mare inizia l’oceano. Un altro momento di autobiografia è con Addio Milano, addio. Un saluto amaro ad una città importante, una tappa fondamentale per la formazione del cantautore di Vibo Valentia. Il testo contiene una citazione senza tempo di “Luci a San Siro” di Vecchioni. La serata si chiude con una ballad on the road, Il mio amico campanaro. Un ultimo slancio di libertà.

Un itinerario ideale ed esistenziale, insomma, quello presentato da Roberto Santoro, che ha conquistato il popolo milanese e che conquisterà il grande pubblico.

Qui di seguito l'intervista realizzata per Vivalaradio! Network
Buona visione!

http://www.vivalaradio.it/index.phpoption=com_content&view=category&layout=blog&id=47&Itemid=84

{youtube}_jDCDxG1rwA{/youtube}


8 giugno 2009

AVION TRAVEL ALL'ARCIMBOLDI :" L’AMICO MAGICO " CONQUISTA TUTTI

Un concerto multimediale e coraggioso quello degli Avion Travel che, giovedì sera, hanno appassionato, con le loro note, la platea del Teatro degli Arcimboldi. Sul palco milanese, il teatro canzone della band di Peppe Servillo e Fausto Mesolella si è fuso con la musica dei quarantacinque elementi della Camerata Ducale, diretta dal maestro Marcello Rota, e con le video-pitture di Giuseppe Ragazzini. A guidare il tutto, la regia di Renzo Martinelli.

Un ensemble che è sfuggito alle categorizzazioni e agli schemi, dando vita ad uno spettacolo che ha meravigliato tanto gli intenditori quanto i profani.

Il concerto, inserito nel contesto di “MusicAcross”, festival di produzioni originali diretto da Caterina Caselli, è stato soprattutto un omaggio al compositore milanese Nino Rota, definito da Federico Fellini “l'amico magico”. Rota rappresenta uno dei giganti della musica contemporanea italiana e a dominare la serata sono state proprio le sue colonne sonore, da Amarcord a Il padrino, da Il Gattopardo a La Dolce Vita”, insieme alla voce, possente e malinconica, di Beppe Servillo, autentico trascinatore sulla scena. L’originalità sorprendente, fatta di sfide armoniche e melodiche, la cura di ogni dettaglio, la perfezione sfrenata, il corpo e la voce che mai si risparmiano hanno confermato, ancora una volta, la cifra stilistica della Piccola Orchestra degli Avion Travel. Servillo ha raccontato, come ama fare, delle storie, dei frammenti di vita, vissuti, forse sognati. Ciò che conta è stata l’arte che ha pervaso il teatro. L’arte in musica, in voce, in immagini. Ora suoni popolari, ora umori mediterranei, ora pop, ora jazz, contornati dalla follia delle pellicole felliniane. Un pubblico in delirio, dopo quasi due ore di spettacolo, reclama il tris e gli Avion Travel consacrano la serata con “Canzone arrabbiata”, grande successo rotiano, riproposto alla loro maniera.

Quella di giovedì non è stata solo una rivisitazione musicale di un grande compositore, ma l’incontro e la fusione della musica d’autore con il grande cinema, della realtà con i sogni. Un bagliore sperimentale di cui c’era bisogno.

L'intero incasso del concerto è stato devoluto all'Orchestra Sinfonica Abruzzese.

In uscita, a settembre, un disco dal titolo "L’amico magico" che documenterà l’esperienza degli Avion Travel con la Camerata Ducale di Vercelli.

Per non dimenticare.

http://www.vivalaradio.it/index.php?option=com_content&view=article&id=118:viva-la-radio-network-&catid=41&Itemid=78


16 aprile 2009

"Ma io per il terremoto non do neanche un euro..."

Puntata spettacolare di Annozero con una Sabina Guzzanti strepitosa. E Giacomo Di Girolamo che non si smentisce mai. Finalmente un po’ di vita e un po’ di verità in questa tv piagnona e perbenista.

Se ancora qualcuno non avesse letto, contribuisco anch’io a diffondere il pezzo di Giacomino, affinché il tam tam di questi giorni non si spenga in fretta. E affinché qualcuno possa svegliarsi… magari un po’…!

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede.

Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo.

Non do una lira, perché pago già le tasse.
E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa?
A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata.
Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno.

Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

Giacomo Di Girolamo
per Marsala.it


21 marzo 2009

La schiavitù del giornalismo in Croazia

 

Domagoj Margetic (nella foto) attraverso il suo portale web, www.necenzurirano.com , combatte ormai da due anni per la verità e la libertà dei media e del giornalismo investigativo in Croazia. Più volte è stato vittima di tanti casi montati su misura, allo scopo di sabotare il suo lavoro, libero da schiavitù e dal servilismo del giornalismo nei confronti dei poteri forti. Questo giovane, da anni cerca di dimostrare, con documenti e prove,  il coinvolgimento delle strutture politiche nel crimine organizzato, con il supporto  delle lobbies finanziarie, che hanno finanziato gli stessi media per poi controllarli e sottometterli alla macchina della propaganda e della manipolazione. Nell’intervista rilasciata per Rinascita Balcanica, Margetic ha illustrato la condizione di schiavitù del giornalismo in Croazia, ma soprattutto quanto è difficile essere un giornalista investigativo, che riesce a toccare i punti deboli delle strutture del potere politico e economico. Dietro la sua storia personale e professionale, si nascondono le dure conseguenze del giornalismo libero e indipendente dai poteri forti in una regione difficile come quella dei Balcani.


8 marzo 2009

Wonder woman


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permalink | inviato da reporteritinerante il 8/3/2009 alle 13:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

14 dicembre 2008

Il caso Parlanti: interviene la dottoressa Agnesina Pozzi

La voce di Megaride per Carlo Parlanti

Marina Salvadore intervista la compagna di Carlo Parlanti, Katia Anedda, per il periodico La Voce di Megaride, a Napoli. Durante la registrazione interviene la dottoressa Agnesina Pozzi che analizza, dal punto di vista medico, i rapporti e le dichiarazioni della presunta vittima, Rebecca Mc White.

 http://blog.libero.it/carlofree/6102565.html

Inserite anche voi il video nei vostri blog. Contribuiamo come possiamo affinchè si faccia chiarezza su un caso di negata giustizia. Ce ne sono tanti - lo so -, ma proviamo a fare qualcosa per quelli di cui veniamo a conoscenza.  


26 ottobre 2008

Temi

Temi. Da un paio di domeniche trascorro la mattinata a correggere i temi dei miei ragazzi e mi piace. Scrivono delle frasi così tenere e così genuinamente vere. Mi emozionano. Forse il lavoro che vedevo così distante da me, così improbabile, è l’unico che io possa fare parallelamente alle mie collaborazioni giornalistiche. Ci sono periodi in cui conciliare la mia attività come addetto stampa e il lavoro mattutino di prof sembra cosa impossibile ma poi il periodo incasinato passa e tutto ritrova il suo naturale equilibrio. Ti confronti quotidianamente con l’arte della parola, leggi testi nuovi insieme ai ragazzi e il loro punto di vista ti arricchisce sempre e comunque. Lavoro in un industriale e la loro mente è chiaramente più proiettata a spiegare i meccanismi di un impianto, è rivolta all’informatica, all’elettronica dove peraltro hanno discreti voti. La letteratura è una “scienza astratta” per loro, spesso non ne vedono “l’utilità” (o almeno quella che loro reputano tale) ma mi piace avere a che fare con persone che non hanno pretese da intellettualoidi. E’ stimolante spiegare la costruzione di un romanzo, le tecniche narrative, le funzioni dei personaggi e da lì risalire al mondo dello scrittore, al suo immaginario. Quest’anno ho anche una quinta e non so se sarò io l’insegnante interna alla commissione di maturità. Cercherò di dar loro tutti gli strumenti per cavarsela con qualsiasi tipo di testo si troveranno di fronte. E poi chi vivrà vedrà!

Buona domenica a tutti!



 

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